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21 ottobre 2012


Dedicazione del Duomo di Milano, Chiesa Madre di tutti i fedeli ambrosiani

Con questa solennità che evoca momenti grande importanza nella storia della nostra Chiesa diocesana, il Tempo «dopo Pentecoste» riceve un’ulteriore svolta rappresentata dalla riproposizione del “grande mistero” della Chiesa espressa per noi nel Duomo. È la Chiesa Cattedrale per i fedeli della diocesi di Milano e Chiesa Madre per tutti quei fedeli che, pur appartenendo ad altre diocesi, seguono da tempo immemorabile il rito liturgico che da sant’Ambrogio prende il nome.

 

Il Lezionario

 

Fa proclamare i seguenti brani biblici: Lettura: Isaia 26,1-2.4.7-8; 54,12-14a; oppure Apocalisse 21,9a.c.-27; Salmo 67 (68); Epistola: 1 Corinzi 3,9-17; Vangelo: Giovanni 10,22-30. Alla Messa vigiliare del sabato, il Vangelo della risurrezione è preso da Giovanni 20,24-29. (Le orazioni e i canti sono propri della solennità nel Messale ambrosiano).

 

Lettura del profeta Isaia (26, 1-2.4.7-8; 54, 12-14a)

 

26,1In quel giorno si canterà questo canto nella terra di Giuda: / «Abbiamo una città forte; / mura e bastioni egli ha posto a salvezza. / 2Aprite le porte: / entri una nazione giusta / che si mantiene fedele. / 4Confidate nel Signore sempre, / perché il Signore è una roccia eterna. / 7Il sentiero del giusto è diritto, / il cammino del giusto tu rendi piano. / 8Sì, sul sentiero dei tuoi giudizi, / Signore, noi speriamo in te; / al tuo nome e al tuo ricordo / si volge tutto il nostro desiderio. /54,12Farò di rubini la tua merlatura, / le tue porte saranno di berilli, / tutta la tua cinta sarà di pietre preziose. / 13Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore, / grande sarà la prosperità dei tuoi figli; / 14sarai fondata sulla giustizia».

 

Il brano risulta composto da alcuni versetti presi dal capitolo 26 e dal capitolo 54. I primi cantano Gerusalemme come «città forte» perché ripone la sua fiducia in Dio che è una «roccia eterna» (v. 4) e i cui abitanti vivono in base ai divini precetti (vv. 7-8). Nei vv.12-14 del cap. 54, il profeta annuncia la ricostruzione materiale di Gerusalemme (v. 12) e quella spirituale contrassegnata dalla rinnovata fedeltà dei suoi abitanti a Dio (vv. 13-14a).

 

Lettura del libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (21.9a.c-27)

 

Nel giorno del Signore, 9venne uno dei sette angeli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello». 10L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. 11Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. 12È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. 14Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

15Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16La città è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: sono dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali. 17Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. 18Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. 19I basamenti delle mura della città sono adorni di ogni specie di pietre preziose. Il primo basamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, 20il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. 21E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

22In essa non vidi alcun tempio: / il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello / sono il suo tempio. / 23La città non ha bisogno della luce del sole, / né della luce della luna: / la gloria di Dio la illumina / e la sua lampada è l’Agnello. / 24Le nazioni cammineranno alla sua luce, / e i re della terra a lei porteranno il loro splendore. / 25Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, / perché non vi sarà più notte. / 26E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni. / 27Non entrerà in essa nulla d’impuro, / né chi commette orrori o falsità, / ma solo quelli che sono scritti / nel libro della vita dell’Agnello.

 

L’avvio del brano: «Nel giorno del Signore», preso dal capitolo 1,10, inquadra la presente visione della «città santa» nel contesto liturgico domenicale che, com’è noto, è la massima manifestazione del mistero della Chiesa che è simultaneamente «la sposa dell’Agnello» (v. 9) e la «città santa» (v. 10). In particolare i vv. 10-17 si soffermano sulla descrizione delle mura e delle porte della città celeste per indicare come tutto, in essa, è conforme al volere divino (cfr. Ezechiele 48,30-35) mentre i vv. 18-21 descrivono la magnificenza della città stessa destinata ad attirare a sé le genti (cfr. Isaia 54,11-12). In essa non si trova alcun tempio in quanto abitata perennemente dalla presenza di Dio, l’Onnipotente, e dell’Agnello (v. 22). La loro presenza illumina la città (v. 23) al cui splendore sono attratte tutte le genti (v.24) che in esse potranno entrare liberamente (v. 26) a patto che siano «scritti nel libro della vita dell’Agnello» (v. 27) in quanto redenti dal sangue del Signore.

 

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (3,9-17)

 

Fratelli, 9siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio.
10Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. 11Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. 12E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, 13l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. 14Se l’opera, che uno costruì sul fondamento, resisterà, costui ne riceverà una ricompensa. 15Ma se l’opera di qualcuno finirà bruciata, quello sarà punito; tuttavia egli si salverà, però quasi passando attraverso il fuoco. 16Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? 17Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.

 

Nel presente capitolo l’Apostolo corregge la mentalità della giovane comunità di Corinto a proposito dei personaggi come Apollo e lo stesso Paolo che si sono succeduti in essa nella predicazione del Vangelo. Per questo li paragona a dei «collaboratori di Dio» nel prendersi cura della comunità paragonata a un campo e a un edificio entrambi, però, appartenenti a Dio (v. 9). L’Apostolo è ben consapevole che la sua attività di fondazione e cura della comunità poggia su un fondamento «che già vi si trova» e che è Gesù Cristo (vv. 10-11). Nei vv. 12-15 l’Apostolo paragona i ministri del Vangelo a dei costruttori che riescono bene o male nell’edificazione della Chiesa a seconda che avranno costruito sul fondamento, ossia su Gesù Cristo, e non sopra sé stessi. Nei vv. 16-17 si riferisce alla comunità di Corinto designata come «tempio di Dio» abitato dal suo Spirito, tempio santo perché formato da santi quali sono i credenti. Contemporaneamente avverte che chi avrà disgregato la comunità, distogliendo i credenti dal Signore Gesù, sarà «distrutto da Dio».

 

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (10,22-30)

 

In quel tempo. 22Ricorreva a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. 23Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. 24Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. 26Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. 27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

Il testo evangelico è inquadrato nella grande festa celebrata alla fine di dicembre (v. 22) per fare memoria della dedicazione del Tempio di Gerusalemme (164 a.C.), l’ultima nella sua storia, a opera di Giuda Maccabeo vincitore su Antioco IV che lo aveva profanato (cfr. 2 Maccabei 5,15-20). A Gesù si avvicinano i Giudei, ovvero i capi del popolo a lui ostili, e lo sollecitano a rivelare la sua identità messianica per essi presunta (vv. 23-24). Nella sua risposta Gesù smaschera la loro incredulità nella quale perseverano pur avendo visto compiere da lui le opere che lo accreditano come il Messia e spiega questa loro incredulità con il fatto di non essere del numero delle sue pecore, di quanti cioè, lo seguono attirati a lui dal Padre (vv. 25-26). I vv. 27-28 si soffermano sul rapporto di Gesù con quanti credono in lui avendo ascoltato la sua voce e, per questo da lui conosciuti ossia ammessi a un rapporto di comunione personale e profonda con lui e, tramite lui, con il Padre. Rapporto questo designato dall’evangelista con la nota espressione «vita eterna». I vv. 29-30, infine, contengono parole di rivelazione su Dio, il Padre, a cui i credenti appartengono e che egli consegna al Figlio. Si sottolinea con ciò l’identità di azione tra Gesù e il Padre che sottintende una comune partecipazione alla condizione divina: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (v. 30).

 

Commento liturgico-pastorale

   

Mentre guardiamo al nostro Duomo in questa domenica riservata a celebrare l’annuale memoria del giorno della sua dedicazione a Dio, veniamo spinti interiormente ad andare oltre la meravigliosa bellezza che contemplano i nostri occhi e afferra i nostri cuori, per scorgere e ammirare in esso e tramite esso il vero edificio, il vero tempio santo di Dio che siamo tutti noi fedeli di questa nostra Chiesa ambrosiana (cfr. Epistola: 1Corinzi 3,17).

Lo stupore ammirato che proviamo guardando al nostro Duomo ci aiuta a comprendere anzitutto la bellezza e la grandezza indicibili della Chiesa del Cielo verso la quale camminiamo e che ora intravediamo appena.

In essa trova pieno compimento la parola profetica che annunzia la costruzione di una «città forte» (Lettura: Isaia 26,1) messa al riparo da mura possenti e splendide e tuttavia aperta e accogliente e nella quale abita la giustizia e la pace (Isaia 54, 14).

È la visione che il Veggente ha «nel giorno di domenica» e nella quale contempla la «città santa» che discende dal Cielo, viene cioè da Dio (Lettura: Apocalisse 21,10), costruita con materiale e perle preziose (vv. 19-21), identificata, con l’immagine delle dodici colonne poste a suo fondamento, nella Chiesa radunata dalla predicazione e dalla testimonianza degli Apostoli che non cessa di attirare nuovi popoli che trovano in essa gioiosa e pronta accoglienza, significata dalle dodici porte che si aprono da ogni lato sulle sue mura (cfr. vv. 13-14).

Attraverso queste immagini davvero formidabili della città santa viene manifestato il grandioso disegno divino di radunare tutte le genti nell’unica Chiesa, destinato a realizzarsi in pienezza quando non ci sarà più questo cielo e questa terra e, tuttavia, già in via di compimento attraverso la predicazione evangelica in ogni angolo di questo mondo che, con la grazia di Dio, muove ancora uomini e donne alla fede, alla conversione, per farne autentici “cittadini” della città celeste.

In essa, inoltre, non c’è alcun Tempio in quanto dimora perenne di Dio e dell’Agnello (v. 22), né c’è bisogno di luce di sole o di luna perché la divina presenza tutta la pervade e la illumina di splendore (v.23).

A questa Chiesa del Cielo, pertanto, ci indirizza anzitutto l’odierna solennità la quale, però, ci aiuta a comprendere l’attuale nostra condizione di “cittadini del Cielo”, ma ancora dimoranti nella “città terrestre”, non certo splendida, sicura e accogliente come quella del Cielo.

Non a caso ci viene presentata nell’Epistola paolina una serie di immagini della Chiesa più adatta alla nostra attuale condizione, per molti aspetti simile a quella della giovane e fragile comunità ecclesiale di Corinto attraversata da situazioni conflittuali tipiche di questo nostro mondo. L’Apostolo, infatti, paragona i credenti a un campo o a un edificio, specificando bene che entrambi sono di Dio (cfr. 1Corinzi 3,9), di  esclusiva sua proprietà e pertanto lui, Paolo, come del resto ogni ministro della Chiesa, non sono che semplici collaboratori di Dio. Lui solo, infatti, è capace di far fruttificare il suo campo e vuole che la sua casa, la sua dimora, il suo Tempio che è la Chiesa, sia incessantemente edificata su un unico fondamento: Cristo Signore!

Quello di collaboratore di Dio è il servizio che vediamo svolgere nella nostra Chiesa anzitutto dal Vescovo e dai sacerdoti e dai diaconi suoi primi aiutanti. È il servizio prestato da tanti fratelli e sorelle nel campo dell’annuncio evangelico, della catechesi, della carità. Essi dovranno sempre tenere presente che la comunità è di Dio e, pertanto, dovranno compiere il loro servizio ben ancorati a Cristo Signore e modellandosi in tutto sul suo agire.

Il brano evangelico, infine, ci propone l’immagine a noi familiare delle pecore che «ascoltano la voce del pastore» il quale le conosce ad una ad una ed esse così lo seguono con fiducia (cfr. Vangelo: Giovanni 10,27). Nell’immagine delle pecore radunate attorno al pastore pieno di premura e di amore per esse, è facile intravedere la comunità dei credenti che è tale proprio perché Dio Padre ha aperto i cuori all’ascolto della voce del suo Figlio, riconosciuto non solo come il Messia che fa le opere stesse di Dio, ma proprio come il Figlio che è «una cosa sola» con il Padre (v. 30).

A quanti credono in lui, il Signore riserva la sua premurosa attenzione donando a essi la vita eterna, che nell’Evangelo di Giovanni designa la partecipazione e la comunione fin da ora alla vita divina che unisce il Padre e il Figlio nell’unità dello Spirito Santo. Comunione che nulla e nessuno potrà spezzare (cfr. vv. 28-29).

La Chiesa, dunque, è il gregge del Signore e i fedeli le pecorelle che il Signore continua a radunare facendo udire a esse la sua voce in primo luogo attraverso il ministero del Vescovo. Egli, successore degli Apostoli, garantisce alla sua Chiesa la trasmissione della fede in tutta la sua purezza e integrità e, tramite il suo servizio sacerdotale, Gesù continua a donare e a far crescere nei  suoi la vita eterna che viene a noi partecipata quando ci accostiamo alla mensa eucaristica del suo Corpo e del suo Sangue.

Di tutto ciò si fa interprete l’orazione Dopo la Comunione che così ci invita a pregare: «Il popolo a te consacrato, o Dio vivo e vero, ottenga i frutti e la gioia della tua benedizione e, poiché ha celebrato questo rito festoso, ne riceva i doni spirituali».


17 ottobre 2012

 
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