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mercoledì 15 luglio 2020
 
Le regole del gioco Aggiornamenti rss Elisa Chiari
Giornalista

25 aprile, Costituzione e libertà quanto mai attuali nella Liberazione da reclusi

Poche volte nella vita, noi nati nel secondo Dopoguerra, abbiamo sentito nella carne l’importanza di tante regole scritte nella nostra Costituzione come in questo strano tempo che qualcuno chiama di guerra sanitaria. Stiamo cedendo da mesi una parte significativa della nostra libertà – dentro le regole nei limiti previsti dalla Carta, per ragioni sanitarie, per salvarci e salvare vite attorno a noi – e mai come adesso ci siamo resi conto di quanto preziosa sia quella parola che tante volte abbiamo pronunciato dandola per scontata, perché ci vivevamo immersi, un po’ come l’aria che apprezzi quando ti accorgi che ti manca, che il fiato è corto.

Ma è questo il momento in cui avvertiamo, forse per la prima volta, il peso e la responsabilità di esercitarla nei limiti in cui non lede l’altro. Divisi come siamo, siamo tutt’uno come non mai. Chi pensasse “me ne infischio delle regole, vado dove mi pare, faccio come mi pare”, oggi giocherebbe con la vita, propria e dell’altro: ma quando l’altro è il più vicino che hai, il figlio, il padre, il fratello, la mamma, l’amico, la persona che ami capisci che mai come ora diritti e doveri fanno rima. E oggi come, poche altre volte, capiamo quanto conti quell’articolo 3, che dice che è compito della Repubblica farsi carico di ridurre le diseguaglianze: il covid-19 coglie dove gli pare, non fa differenze, ma è interesse di tutti che lo Stato si ponga il problema di come fa a stare a casa chi non ha casa, di come sta in quarantena chi sta recluso con tanti in spazi troppo piccoli, di come fanno scuola i bambini che non hanno computer a casa: a vivere le condizioni domestiche più a rischio spesso sono coloro che fanno i lavori umili, che non si possono fare a distanza, sono gli stessi costretti a muoversi magari in mezzi pubblici affollati. Mai come ora avvertiamo che il loro diritto alla salute è anche il nostro. Ricordate don Lorenzo Milani? Il problema dell’altro è uguale al mio, sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia. Ma da una pandemia non si esce da soli.

Era così anche prima, nessun diritto può essere esteso all’infinito va bilanciato con il diritto altrui e con altri diritti confliggenti. Quante volte abbiamo sentito parlare di bilanciamento, avvertendo il tema come astratto: adesso, guardando, speranzosi e timorosi, alla cosiddetta "fase due" ce lo sentiamo sulla pelle: diritto alla salute e libertà di impresa devono trovare un equilibrio virtuoso, se non lo trovano, torniamo indietro come al gioco dell’oca in pochi giorni al via del contagio. La voglia di uscire, la paura di non arrivare a fine mese ci spingono a parlare di salute e di economia come se fossero antitetiche, ma è una distorsione: non c’è, non ci può essere un’economia che prospera se non si contiene l’epidemia. Non ci sono scienziati cattivi che vogliono chiudere contro il resto del mondo che ha ansia di aprire, salute ed economia sono facce della stessa medaglia: mai stato così concreto l’articolo 41 che dice che l’impresa è libera ma non si può fare sulla pelle delle persone. Chi immaginasse di ignorarlo ora condannerebbe il Paese al fallimento finendo nel baratro con esso.

Chi ha funzioni pubbliche oggi tocca con mano le proprie responsabilità enormi: quell’articolo 54, che ricorda a chi ha pubbliche responsabilità il dovere di ricoprirle con disciplina e onore, misura in questi giorni sulla vita di tutti noi lo sguardo lungo e corto, chi si limitasse al proprio particulare, al tornaconto dell’immediato consenso potrebbe, con un passo falso, portare la responsabilità politica di una recrudescenza dell’epidemia.

Mai come in questa urgenza vediamo anche i limiti di ciò che nella Carta è stato negli anni riscritto malamente: quante volte abbiamo sentito parlare del pasticcio del titolo V, che disciplina confusamente le competenze di Stato, Regioni, Enti locali? Eppure mai chi ha tentato di riscrivere, spesso molto oltre il necessario badando più a immediati interessi di bottega che al bene comune, la Carta si è fatto carico di sistemare quel punto che da tanto tempo si sa costoso e confuso. A quel pastrocchio adesso paghiamo dazio e potremmo pagarlo di più in fase due: ora tutti vedono che il procedere in ordine sparso, quando non in direzione ostinata e contraria, di troppi centri di potere e di catene di comando poco chiare e conflitti di competenza tra chi ha titolo a decidere, costa non solo confusione ma anche vite. È un nodo su cui a mente fredda si dovrà ragionare.

Si dice che spesso in emergenza l’urgenza materiale porti a derogare sui principi, stiamoci attenti nel tempo che verrà. Vivremo, 75 anni dopo, un 25 aprile recluso, non vedremo parate, né feste di piazza: sarebbe bello se ciascuno lo celebrasse in cuor suo, apprezzando la libertà (ora sospesa) che la Liberazione ha dato a tutti noi, promettendo a sé stesso di impegnarsi a vigilare per conservarla. Non dovrebbe essere difficile, oggi che come allora abbiamo visto persone cacciare indietro la paura e fare il proprio dovere, anche offrendosi volontarie, a rischio di sé, per salvare altri sul fronte di una diversa invasione.


23 aprile 2020

 
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