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mercoledì 25 maggio 2022
 

26 giugno 2011 – II domenica dopo Pentecoste


1. La seconda domenica dopo Pentecoste
   

Con questa domenica si fa evidente la proposta del Lezionario ambrosiano per il presente tempo liturgico, vale a dire quella di ripercorrere l’intera storia della salvezza prevista nel cuore della Trinità, attuata nella Pasqua del Signore, prolungata dalla grazia dello Spirito che riempie di efficacia la predicazione evangelica e l’economia sacramentale con al centro l’Eucaristia. I brani biblici oggi offerti sono: Lettura: Siracide 17,1-4.6-11b.12-14; Salmo: 103; Epistola: Romani 1,22-25.28-32; Vangelo: Matteo 5,2.43-48. Nella Messa vespertina del sabato viene proclamato Luca 24,1-8 come Vangelo della risurrezione.  Le orazioni e i canti sono quelli della XIII Domenica del Tempo «per annum» nel Messale ambrosiano.


2. Vangelo secondo Matteo 5,2.43-48   

In quel tempo. 2Il Signore Gesù si mise a parlare e insegnava loro dicendo. 43Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. 44Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.    


3. Commento liturgico-pastorale    

Il brano evangelico oggi proclamato fa parte del più ampio discorso della montagna avviato dalle beatitudini (Mt 5,1-16) e dalla solenne dichiarazione riguardante ciò che Gesù è venuto a compiere sulla terra: portare a compimento “la legge e i profeti” (v. 17).

Di fatto, nel suo discorso, Gesù chiede ai suoi ascoltatori una “giustizia” superiore a quella di scribi e farisei (v. 20), ossia una obbedienza e una fedeltà al volere di Dio più grande. Di questa “giustizia” si tratta anche nel brano odierno che prende l’avvio dal detto di Gesù sull’amore del prossimo (v. 43).

A tale riguardo Gesù cita un passo della Scrittura (Levitico 18,18) che prescrive di “amare” il proprio amico e di “odiare” il proprio nemico ossia di non interessarsi e di non prendere a cuore le sorti di un avversario.

L’insegnamento di Gesù supera di gran lunga la citata prescrizione vetero-testamentaria e dice con tutta chiarezza che l’amore deve essere esteso fino ad abbracciare anche i “nemici”. Una simile estensione dell’amore denota in chi è in grado di praticarlo la sua somiglianza e la sua origine da Dio stesso, in pratica la condizione filiale che traduce il comportamento stesso di Dio che, unico, è il “misericordioso”, al punto da non avere preferenze di persone, ma di riversare su tutti la grandezza della sua bontà: «egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (v. 45).

I vv. 46-47 dicono in concreto come deve essere intesa la “giustizia più grande” che Gesù esige da coloro che lo seguono e che lui, per primo, ha praticato offrendo tutto di sé non per i buoni o i giusti, ma per i suoi nemici, per chi lo tradisce e lo uccide, per coloro che percorrono la via malvagia del peccato.

Si comprende, così, l’esortazione finale a essere «perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (v. 48), la cui “perfezione” vale a dire l’amore senza misura e senza richiesta di reciprocità in qualche modo si rende evidente nella creazione dell’uomo da lui rivestito «di una forza pari alla sua» e formato a «sua immagine» (Lettura: Siracide 17,3). Perfezione nell’amore che è stata fatta brillare davanti alla storia e al mondo nel suo Figlio crocifisso, dato proprio per la salvezza del mondo.

Va detto e ripetuto con chiarezza e determinazione che l’osservanza di queste parole del Signore è ciò che caratterizza essenzialmente i discepoli di Gesù in ogni tempo. è evidente, d’altra parte, che nessuno è in grado di perseguire con le sole sue forze la pienezza della carità. Si tratta di una “capacità” che possediamo “per grazia” essendo stati rigenerati dallo Spirito come “figli” di quel Padre buono e magnanimo  con tutti che Gesù ci ha rivelato.

Lo Spirito Santo, perciò, perennemente attivo nel cuore della Chiesa spinge ogni discepolo del Signore non solo a guardarsi «da ogni ingiustizia» (Siracide 17,14) , ma soprattutto ad accogliere il dono della “giustizia” più grande, quella che assimila al Figlio unigenito, che nel suo amore senza limiti rende accessibili a tutti l’invisibile mistero di Dio che è amore.

È proprio questa l’“adeguata conoscenza” di Dio di cui parla l’Epistola paolina (Romani 1,28) che ci salva dal diventare “stolti” al punto di adorare e servire le creature anziché il Creatore (v. 25) e da quella “intelligenza depravata” che porta inevitabilmente a commettere quelle “azioni indegne” enumerate dall’Apostolo  e significativamente così concluse: ”senza cuore, senza misericordia” (vv. 28-31). Si tratta , a ben guardare, di una perfezione nella malvagità.

La celebrazione eucaristica - che ci permette di “vedere” e di toccare con mano  l’amore senza misura di Dio che è il suo Figlio crocifisso - è il luogo dove ci è dato di crescere nella perfezione della carità e di  esprimere il nostro ammirato stupore: «Ogni epoca tramanda, o Dio, le tue opere e proclama le tue gesta mirabili. Dolce nella memoria resta il ricordo della tua bontà e l’esultanza per la tua giustizia» (Antifona  All’Ingresso).


22 giugno 2011

 
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