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27 febbraio 2011 – Penultima dopo l’Epifania

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1. La domenica detta «della divina clemenza»
     

La tradizione liturgica propria della nostra Chiesa ambrosiana orienta, con le ultime due domeniche del Tempo dopo l’Epifania, alla suprema manifestazione del Signore nell’ora della croce e della risurrezione a cui veniamo preparati con la Quaresima. In questa domenica si pone in primo piano la «divina clemenza» che si rivela nel Signore Gesù, nelle sue parole e nei suoi gesti fino alla croce.

Il Lezionario prevede le seguenti lezioni bibliche: Lettura: Baruc 1,15a; 2,9-15a; Salmo 105; Epistola: Romani 7,1-6a; Vangelo: Giovanni 8,1-11. Nella Messa vespertina del sabato viene proclamato Luca 24,13-35 quale Vangelo della risurrezione. Le orazioni e i canti della Messa sono quelli dell’VIII domenica «Per annum» nel Messale ambrosiano.    


2. Vangelo secondo Giovanni 8,1-11      

In quel tempo. 1Il Signore Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise ad insegnare loro. 3 Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e 4gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. 7Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». 8E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. 10Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’  e d’ora in poi non peccare più».       


3. Commento liturgico-pastorale      

I vv. 1-3 servono da raccordo con quanto è stato detto prima a proposito dell’ammirazione della folla per Gesù e della crescente avversione dei capi del popolo nei suoi confronti (Giovanni 7,45-52), ma anche per preparare la scena del presente racconto. Questa è ambientata nel tempio (v. 2), luogo dell’incontro di Dio con il suo popolo e, proprio nel tempio, accorreva “tutto il popolo” per ascoltare l’insegnamento di Gesù.

I vv. 3-6 registrano l’iniziativa malvagia di “scribi e farisei” al fine, come avverte il v. 6a, di mettere Gesù «alla prova o per avere motivo di accusarlo». Viene, perciò, condotta davanti a lui una donna colta in flagrante adulterio. Una colpa, questa, che per le norme contenute nella Legge mosaica (cfr. Esodo 20,14; Levitico 20,10; Deuteronomio 22,22) andava punita senz’altro con la morte per lapidazione. Pena a cui, certo, non poteva sottrarsi quella donna perché presa nell’atto stesso di commettere adulterio.

La domanda posta a Gesù dai suoi avversari (v. 5) era destinata a metterlo in una situazione di autentico disagio. Se Gesù avesse detto una parola di perdono sarebbe palesemente andato contro la Legge squalificandosi, così, come “maestro” in Israele. Se Gesù avesse consentito a condannare a morte la donna avrebbe smentito tutto il suo insegnamento e i suoi atteggiamenti di perdono e di accoglienza verso i “peccatori”.

Il v. 6b pone al centro della scena Gesù mentre compie due gesti misteriosi: «si chinò e si mise a scrivere col dito per terra», gesto che ripete (v. 8) a motivo dell’insistenza dei suoi avversari di ottenere da lui una risposta (v. 7).

La tradizione della Chiesa, così come lo stesso sant’Ambrogio, ha interpretato il gesto misterioso di Gesù di scrivere per terra secondo le parole del profeta Geremia, che a proposito di coloro che si allontanano da Dio afferma che i loro nomi «saranno scritti per terra» (Geremia 17,13). Con questo gesto simbolico Gesù vuole ricordare a tutti i presenti il giudizio di Dio sui “peccatori” ossia su tutti gli uomini che, proprio a motivo del loro peccato, sono destinati a svanire come polvere della terra.

In una parola, Gesù esorta gli accusatori della donna a rientrare in sé stessi e a guardare in faccia alla verità: sono peccatori e, come l’adultera, di per sé meritevoli della giusta condanna di Dio.

È ciò che viene poi chiarito dalle parole stesse di Gesù: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (v. 7). Con ciò Gesù invita gli accusatori della donna a rendersi conto che «nessun uomo è  giusto davanti a Dio» (Salmo 14,1-3; 53,2-4; Romani 3,9-12.23) e, perciò, tutti sono meritevoli di condanna.

Il v. 9 riporta le reazioni degli scribi e farisei che se ne vanno «cominciando dai più anziani» perché più esperti della miseria e del peccato!

I vv. 10-11 riportano infine il dialogo tra Gesù e l’adultera, rimasta sola davanti a lui, e a lui ella si rimette dicendogli: «Nessuno, Signore». Le parole del Signore: «Neanch’io ti condanno», lasciano intendere che lui è venuto non a condannare, ma a salvare gli uomini, peccatori! Perciò la donna, d’ora in poi, è da Gesù esortata a “non peccare più”, a vivere cioè nella condizione di libertà dalla condanna di morte dovuta per il suo peccato.

Proclamato nel peculiare contesto liturgico che fa da ponte tra la prima manifestazione della divina clemenza e quella suprema della croce, il brano evengelico dispone con il prossimo tempo di Quaresima a guardare alla Pasqua di morte e di risurrezione come al “giudizio” di Dio su tutti gli uomini, senza eccezione sotto il giogo del peccato, da intendere però, non come giudizio di condanna, ma di assoluzione e di perdono.

L’atteggiamento di Gesù nei riguardi della donna adultera è in perfetta sintonia con la rivelazione della misericordia e della clemenza di Dio nei riguardi del suo popolo “adultero” perché traviato dalle perversioni dell’infedeltà e dell’idolatria.

La consapevolezza di Israele testimoniata nel Salmo 105: «Si ricordò della sua alleanza con loro e si mosse a compassione», è riconoscibile nell’invocazione corale della Lettura dove il popolo, in esilio, prendendo coscienza del proprio peccato si appella al proprio Dio: «Allontana da noi la tua collera... Ascolta, Signore, la nostra preghiera, la nostra supplica, liberaci per il tuo amore» (Baruc 2,13-14).

Anche noi, ponendoci davanti a Gesù, mentre apriamo gli occhi sulla nostra reale condizione di peccatori, riconosciamo in lui la divina clemenza che liberandoci dal cerchio mortale delle nostre colpe ci restituisce, come avvenne per l’adultera, a vita nuova.

È ciò che ci dice l’Apostolo: «Anche voi, mediante il corpo di Cristo, siete stati messi a morte quanto alla Legge per appartenere a un altro, cioè a colui che fu risuscitato dai morti, affinché noi portiamo frutti per Dio» (Epistola: Romani 7,4). L’esperienza della “divina clemenza” che si fa concreta per tutti noi nella celebrazione eucaristica, ci restituisce continuamente a vita nuova, ci rende più forti nel perseverare in essa secondo il comando del Signore all’adultera perdonata e ci fa capaci di  portare “frutti per Dio”, primo fra tutti la “clemenza” e la carità verso il nostro prossimo.


23 febbraio 2011

 
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