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3 aprile 2011 – IV domenica di Quaresima


1. Domenica “del Cieco”
   

E' la denominazione che caratterizza questa domenica a motivo del brano evangelico di Giovanni che riporta il racconto della guarigione del “cieco dalla nascita”. Il Lezionario prescrive: Lettura: Esodo 34,27-35,1; Salmo 35; Epistola: 2Corinzi 3,7-18; Vangelo: Giovanni 9,1-38b. Nella Messa vespertina del sabato, quale Lettura vigiliare, viene proclamato: Matteo 17,1b-9.    


2. Vangelo secondo Giovanni 9,1-38b
   

In quel tempo. 1Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita 2e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». 3Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. 4Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. 5Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». 6Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco 7e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» - che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.    
8Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». 9Alcuni dicevano: «è lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». 10Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». 11Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e lavati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». 12 Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».     13Condussero dai farisei quello che era stato cieco: 14era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. 15Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». 16Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. 17Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «è un profeta!». 18Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. 19E li interrogarono: «è questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». 20I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». 22Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. 23Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». 24Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». 25Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». 26Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». 27Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». 28Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! 29Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». 30Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. 32Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». 34Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.    
35Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». 36Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». 37Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». 38Ed egli disse: «Credo, Signore!».    


3. Commento liturgico-pastorale    

Il brano evangelico, oltre a indicare che con Gesù sono stati inaugurati i “tempi messianici” con riferimento a Isaia 29,18; 35,5; 42,7, ha in sé stesso una portata simbolica evidente: il “cieco dalla nascita” che ora vede rappresenta l’uomo illuminato dalla fede.

Il brano è strutturato in tre parti. La prima: vv. 1-12 riporta sostanzialmente la narrazione del “miracolo” e la reazione dei presenti; la seconda: vv. 13-34 riporta la reazione dei farisei con il duplice interrogatorio del “miracolato” (vv. 15-17; 24-34) e dei suoi genitori (vv. 18-23); la terza (vv. 35-39), ovvero la parte conclusiva, riporta il dialogo tra Gesù e il miracolato che professa la sua fede in lui.

In particolare nella prima parte il racconto del miracolo è preceduto dal dialogo di Gesù con i suoi discepoli convinti che la condizione del cieco fin dalla nascita sia dovuta a colpe commesse «da lui o dai suoi genitori» (v. 2). Non abbiamo da Gesù una risposta esplicita sul problema della sofferenza e specialmente della sofferenza “innocente”.  Il cieco nato, in questo caso, offre a Gesù l’occasione per manifestare, con la sua guarigione, che Dio “opera” nel mondo e la sua opera è quella di “illuminare” il mondo e, in esso, ogni uomo che di per sé «giace nelle tenebre e nell'ombra di morte» mediante il suo Figlio.

La narrazione del miracolo (vv. 6-7) sorprende per il gesto compiuto da Gesù nel fare del fango con la sua saliva e nello spalmarlo sugli occhi del cieco con l’ingiunzione di recarsi alla piscina di Siloe di cui viene detto il significato: “Inviato”. In realtà con il suo incomprensibile gesto Gesù fa capire che l’uomo è di per sé prigioniero delle “tenebre” da cui può essere liberato se si recherà dall’“Inviato” ossia da Gesù stesso che è venuto nel mondo proprio per compiere tale opera.

La prima parte si chiude con la constatazione dei conoscenti dell’avvenuta guarigione del cieco nato (vv. 8-12) e soprattutto con le domande sul “come” lui ha ottenuto la vista; domande che saranno riprese drammaticamente nella seconda parte del racconto.     Questa si apre con il miracolato condotto dai Farisei, esperti dottori e maestri della Legge, i quali prendono subito una posizione negativa nei confronti di Gesù, dal momento che egli, “facendo del fango”, ha violato il precetto fondamentale per Israele del “riposo” sabbatico.

Sorprende la reazione decisa del guarito nel dichiarare che Gesù è “un profeta” (v. 17). Con ciò l’evangelista mostra come la vera guarigione dell’uomo consiste nella sua adesione di fede in Gesù rivelatore di Dio. Il cieco che ora vede è, al contrario dei Farisei che si ostinano nel rimanere chiusi all’opera di illuminazione del Signore Gesù, l’esemplare per ogni uomo che gradatamente giunge alla pienezza di luce, ossia alla pienezza di fede in Gesù: è “un profeta” (v. 17); “viene da Dio” (v. 33); “Figlio dell’uomo” (v. 35).

Il racconto si conclude con Gesù che volutamente va a cercare e “trova” il miracolato cacciato fuori dalla Sinagoga (vv. 34-35) per proporgli un’adesione alla sua persona che racchiude in pienezza il mistero del “Figlio dell’uomo” che, in verità, è il Figlio di Dio!

La risposta finale del cieco, che ora vede per la prima volta Gesù, è una decisa adesione di fede in lui resa evidente dall’esplicita affermazione: «Credo, Signore». In tal modo il cieco nato, illuminato dal Signore, diviene il prototipo e l’esemplare per tutti i “credenti”.

La preghiera liturgica pone in luce la comprensione “battesimale” del testo evangelico: «Nel mendicante guarito è raffigurato il genere umano prima nella cecità della sua origine e poi nella splendida illuminazione che al fonte battesimale gli viene donata» (Prefazio I). In questo contesto l’immersione nell’acqua battesimale, evocata dalla piscina di Siloe, rappresenta il passaggio dall’oscurità totale che è l’incredulità alla grazia di “vederci” ossia di pervenire alla fede, che il Vangelo rende plasticamente nel cieco guarito il quale vede con i suoi occhi Gesù!

È questi, il Figlio, la “luce vera” che al credente è concesso di guardare in faccia, “a viso scoperto”. Cosa davvero straordinaria e mirabile se messa a confronto con l’iniziale “illuminazione” concessa da Dio al suo popolo con il dono della Legge dato a Mosè.

A tale proposito l’Apostolo richiamando l’evento proclamato nella Lettura, mentre riconosce l’autenticità della prima rivelazione a Mosè, resa evidente dallo splendore che irradiava dal suo volto (cfr. Esodo 34,29), ne dichiara anche la sua condizione effimera e di provvisorietà rispetto alla rivelazione portata dal Signore Gesù nella potenza dello Spirito (Epistola: 2Corinzi 3,7-8).

Tutti noi che abbiamo avuto il dono della fede e, dunque, siamo in grado di riconoscere che in Gesù Dio «ha lavato la cecità di questo mondo» (Prefazio I), veniamo esortati in questo tempo quaresimale a lodare, ringraziare e «con tutti i nostri sensi rendere gloria a Dio» (Prefazio I) per tale sua “opera”.

Lo faremo se «rifletteremo come in uno specchio la gloria del Signore» al punto da venire «trasformati in quella medesima immagine» (2Corinzi 3,18) dando così la nostra testimonianza pronta e vera a lui con la nostra parola e la nostra vita.

Per questo partecipando all’Eucaristia, mentre fissiamo i nostri occhi sulla gloria di Dio che è il suo Figlio morto e risorto, così preghiamo: «Signore, dà luce ai miei occhi perché non mi addormenti nella morte; perché l’avversario non dica: “Sono più forte di lui”. Tu che hai aperto gli occhi al cieco nato, con la tua luce illumina il mio cuore perché io sappia vedere le tue opere e custodisca tutti i tuoi precetti» (All’Inizio dell’assemblea Liturgica).


31 marzo 2011

 
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