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3 novembre 2013 – II domenica dopo la Dedicazione – Anno C

In continuità con le due precedenti domeniche vede nella Chiesa e nella sua natura essenzialmente missionaria, il segno della volontà di Dio di chiamare tutte le genti alla salvezza in Cristo Gesù.

Il Lezionario

Propone il seguente ordinamento: Lettura: Isaia 25,6-10a; Salmo 35 (36); Epistola: Romani 4,18-25; Vangelo: Matteo 22,1-14. Nella Messa vigiliare del sabato il Vangelo della Risurrezione è preso da: Marco 16,9-16. (Le orazioni e i canti della Messa sono quelli propri della XXXI domenica del Tempo «per annum» nel Messale Ambrosiano).

 Lettura del profeta Isaia (25,6-10a)

In quei giorni Isaia disse: / «6Preparerà il Signore degli eserciti / per tutti i popoli, su questo monte, / un banchetto di grasse vivande, / un banchetto di vini eccellenti, / di cibi succulenti, di vini raffinati. / 7Egli strapperà su questo monte / il velo che copriva la faccia di tutti i popoli / e la coltre distesa su tutte le nazioni.8Eliminerà la morte per sempre. / Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto,/ l’ignominia del suo popolo / farà scomparire da tutta la terra, / poiché il Signore ha parlato. / 9E si dirà in quel giorno: “Ecco il nostro Dio; / in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. / Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; / rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, / 10poiché la mano del Signore si poserà su questo monte”».

Il brano fa parte di un insieme di capitoli dal 24 al 27, nei quali il profeta, a partire dai fatti storici, annuncia il giudizio finale di Dio che, nei versetti oggi proclamati, appare come un giudizio che reca gioia e salvezza. In particolare qui ci si riferisce all’invito fatto da Dio, re universale, a tutti i popoli a voler prendere parte a un banchetto sul monte dove è costruita Gerusalemme facendo così intendere la sua volontà di offrire anche ad essi la sua alleanza una volta strappati all’incredulità e all’idolatria (vv. 6-7). Segue la promessa di vittoria sulla morte e del pieno riscatto del suo popolo (v. 8) a cui succede il canto pieno di entusiasmo per la salvezza operata da Dio (v. 9).

Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (4,18-25)      

Fratelli, Abramo 18credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza». 19Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo - aveva circa cento anni - e morto il seno di Sara. 20Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, 21pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. 22Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. 23E non soltanto per lui è stato scritto che «gli fu accreditato», 24ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, 25il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.

L’Apostolo intende dimostrare, sulla base della Scrittura, come la giustificazione è frutto della fede citando come prova la vicenda di Abramo il quale, proprio a motivo della sua fede, divenne «padre di molti popoli», vale a dire di tutti i credenti, siano essi ebrei o provenienti dai popoli pagani. In particolare l’Apostolo porta come esempio l’incrollabile fede di Abramo nella promessa di Dio di donargli un figlio nonostante la sua età avanzata e la sterilità di sua moglie Sara, specificando come proprio questa sua fede è l’opera che ha glorificato Dio e lo ha reso giusto ai suoi occhi (vv. 18-23). Così è per coloro che credono in Dio «che ha risuscitato Gesù dai morti» (v. 24). Il v. 25 riporta la professione di fede oggetto del primo annuncio missionario e fondata sull’evento pasquale della morte del Signore «a causa delle nostre colpe» e della sua risurrezione «per la nostra giustificazione».

Lettura del Vangelo secondo Matteo (22,1-14)      

In quel tempo.1Il Signore Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: 2«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. 3Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 4Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. 5Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. 10Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. 12Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. 13Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. 14Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Il brano fa parte della sezione nella quale Gesù, con insegnamenti e il parlare «con parabole» (v. 1), predica l’avvento del Regno dei cieli come realtà già presente nella storia ma destinata a manifestarsi in pienezza negli ultimi tempi. Nella parabola oggi proclamata, il Regno prende le sembianze di un re (Dio) che dà un grande banchetto per le nozze di suo figlio (Gesù) (v.2). Il racconto si articola in tre momenti e in una conclusione di tipo sapienziale. In un primo momento il re manda i servi a chiamare al banchetto nuziale del figlio gli invitati potremmo dire di diritto, vale a dire gli appartenenti al popolo d’Israele. Essi, però, rifiutano l’invito e arrivano a uccidere i servi, nei quali sono riconoscibili i profeti. Si comprende così la reazione del re che, indignato, ordinò di distruggere la loro città, con ciò annunciando la distruzione di Gerusalemme (vv.3-7). La storia riprende con un rinnovato invio dei servi a invitare al banchetto quanti indugiano ai «crocicchi delle strade», ovvero i peccatori, gli ultimi, i pagani con l’intento di riempire la sala figura dell’universale chiamata alla salvezza (vv. 8-10). Un terzo momento è rappresentato dall’ingresso del re nella sala da cui fa cacciare l’uomo «che non indossava l’abito nuziale» (vv.11-13). Il racconto si conclude al v. 14 con una sentenza di stile proverbiale che va forse riferita ai primi invitati tra i quali, però, pochi sono gli eletti.

Commento liturgico-pastorale

In questa penultima domenica dell’anno liturgico ambrosiano i testi biblici, in continuità con quelli proclamati nella I domenica dopo la Dedicazione, insistono sulla volontà di Dio di chiamare tutte le genti alla salvezza che, come recita il primitivo annuncio apostolico, è posta in Cristo Signore, «il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Epistola: Romani 4,25).

La Chiesa alla quale il Risorto ha confidato il mandato missionario universale e nella quale, perciò, convergono credenti appartenenti ad ogni popolo, lingua e cultura, è posta nel mondo come un segno della convocazione universale alla salvezza oggi descritta nell’immagine del banchetto (Lettura: Isaia 25,6), ovvero in quello della festa di nozze per le nozze del figlio del re (Vangelo: Matteo 22,2).

Nella Lettura il «banchetto di grasse vivande… di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (Isaia 25,6) è imbandito «per tutti i popoli» sul «monte» dove è collocata Gerusalemme, a indicare l’invito di Dio rivolto a tutte le genti a prendere parte ai doni elargiti al suo popolo: la sua Parola e l’Alleanza che lo lega per sempre ad esso.

Nella pagina profetica tutte le genti appaiono come destinatarie della rivelazione divina grazie alla quale è finalmente possibile rimuovere il «velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni» (v.17), vale a dire l’ignoranza di Dio che genera l’incredulità e la perversione dell’idolatria che racchiude l’umanità nell’oscurità perenne della morte.

Possiamo dire che l’annunzio liberante del profeta si è compiuto nel dono fatto da Dio all’umanità: il suo Figlio. Egli nella sua Persona e nella sua Parola ha annunciato il Vangelo e ha fatto brillare sul volto dell’uomo la rivelazione della paternità divina e con la sua Croce e la sua Risurrezione ha eliminato «la morte per sempre» (Isaia 25,8) e ha portato a tutti la grazia della consolazione, della gioia e della pace introducendo nel mondo il Regno dei cieli. Il Risorto, lui stesso, ha affidato alla Chiesa la missione di predicare e di introdurre nel Regno l’umanità intera. Essa pertanto, prolunga la missione dei servi della parabola, inviati senza sosta da Dio a chiamare l’umanità alla salvezza raffigurata nel banchetto di nozze del suo Figlio. La Chiesa, infatti, è “serva” di colui che la manda sulle strade degli uomini per invitarli a uscire dalla opacità dell’esistenza mondana per entrare, fin da ora, nell’esperienza pur provvisoria, ma reale, della salvezza indicata nell’immagine del banchetto del cielo che noi crediamo anticipato nel convenire dei molti alla «mensa del Signore». In essa «annunciando la sua morte e proclamando la sua risurrezione» sperimentiamo la liberazione dal peccato e la bellezza della partecipazione alla vita divina. Compito della Chiesa pertanto è quella di spingere tutti, «cattivi e buoni» (cfr. Matteo 22,10), a quell’autentica anticipazione del banchetto celeste qual è la mensa eucaristica alla quale, si badi, occorre prendervi parte rivestiti dell’“abito nuziale” (v.11). Si accede, dunque, alla salvezza come si accede per ora alla mensa terrena del corpo e del sangue del Signore, se si è vestiti dell’abito nuziale, vale a dire se la nostra esistenza è segnata da una fede che si fa operosa nella carità. A tale proposito l’Apostolo presenta Abramo come esemplare e modello del credente, di colui che si affida a Dio sperando «contro ogni speranza» (Romani 4,18). Ed è esattamente la fede incrollabile di Abramo l’opera che dà gloria a Dio e che lo rende gradito ai suoi occhi al punto da fare di lui che vedeva «già come morto il proprio corpo» (v.19), il «padre di molti popoli» (v.18). Non di meno la Chiesa e, in essa, tutti noi che ne siamo le membra, dobbiamo camminare perseverando nella fede, poggiandoci sul Signore Gesù che nella sua morte di croce sofferta per noi e «a causa delle nostre colpe» (v.25), ci ha sottratti al potere del male e nella sua risurrezione ha ottenuto per noi, del tutto gratuitamente, la giustificazione, ossia la riconciliazione con Dio e la nostra santificazione.

Mentre benediciamo il Signore per averci chiamati nella sua Chiesa e inviati a chiamare tutti alla salvezza, chiediamo la grazia di un’appartenenza non formale al suo popolo santo e perciò così preghiamo: «Abbi misericordia, o Dio, dei tuoi servi ed effondi su noi la varietà dei tuoi doni; tieni viva e ardente nel nostro cuore la fiamma della fede, della speranza e della carità perché ci sia dato di perseverare con vigile impegno nell’osservanza della tua Legge» (orazione All’Inizio dell’Assemblea Liturgica).


02 novembre 2013

 
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