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6 febbraio 2011 – V Domenica dopo l'Epifania


1. La quinta domenica dopo l'Epifania
     

Intende evidenziare come nel suo Figlio fatto uomo Dio manifesta il suo disegno di universale salvezza. Il Lezionario prevede: Lettura: Isaia 66,18b-22; Salmo 32; Epistola: Romani 4,13-17; Vangelo: Giovanni 4,46-54. Alla Messa vespertina del sabato viene proclamato Giovanni 20,1-8 quale Vangelo della risurrezione. I canti e le orazioni della Messa sono quelli della V Domenica «Per annum» nel Messale ambrosiano.  


2. Vangelo secondo Giovanni 4,46-54      

In quel tempo. 46Il Signore Gesù andò di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. 47Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. 48Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». 49Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». 50Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell'uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. 51Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». 52Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». 53Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. 54Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.    


3. Commento liturgico-pastorale      

Il brano evangelico si presenta diviso in due parti: i vv. 46-50 riportano il dialogo tra Gesù e “un funzionario del re”, ovvero di Erode Antipa, tetrarca di Galilea, con la richiesta della guarigione del figlio in fin di vita; e i vv. 51-53, con la constatazione della guarigione e dell’ora in cui è avvenuta.

Il brano, con il v. 46, è ambientato a Cana, località della quale l’Evangelista aveva già parlato a proposito del banchetto di nozze nel quale Gesù «aveva cambiato l’acqua in vino» (Giovanni 2,1-11) e viene concluso al v. 54 con la precisazione che la guarigione del bambino è il “secondo segno” compiuto da Gesù al fine di rivelare la sua “identità”.     Risulta sorprendente, a prima vista, la risposta di Gesù alla richiesta del funzionario del re: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete» (v. 48). In realtà Gesù  vuole condurre il suo interlocutore ad andare oltre il prodigio richiesto, per comprendere che, più della guarigione fisica del figlio, è importante per lui “credere”.

La risposta del padre addolorato non riesce ancora a fare un simile passo, egli infatti insiste: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». La solenne affermazione: «Va’, tuo figlio vive» (v. 50a ) vuole indicare la piena sovranità del Signore sulla morte e sulla vita e, dunque, è sufficiente la sua parola, a far vivere il bambino.

Il v. 50 evidenzia la disponibilità del “funzionario del re” a pervenire a una fede vera in Gesù: lui crede già alla sua parola! Per questo egli “si mise in cammino” certo che questa si sarebbe realizzata.

I vv. 51-53 spostano il racconto lontano da Gesù e dicono come, in effetti, si è avverata la sua parola. Viene perciò riportato il dialogo tra il funzionario e i suoi servi che gli riferiscono della guarigione del bambino e la reiterata sottolineatura della perfetta coincidenza tra l’ora in cui Gesù pronunzia le parole: «Va’, tuo figlio vive» e l’effettiva guarigione del bambino. Con questo l’Evangelista ci fa capire che al centro, più che il miracolo, vi è la parola del Signore capace di dare “vita”.

La reazione del funzionario «e credette lui con tutta la sua famiglia» (v 53) dice come Gesù ha ottenuto ciò che cercava compiendo il miracolo: la fede in lui! Il miracolo, perciò, è il “segno” che la parola di Gesù è capace di far passare dalla morte alla vita. Ciò che conta è pervenire alla fede perfetta in Gesù e nella sua parola che dona la vita in pienezza.

Letto nel tempo dell’Epifania, il testo evangelico permette un’ulteriore proclamazione della universalità dell’opera di salvezza portata dal Signore Gesù, già evidenziata nei Magi che accorrono a lui guidati dalla stella e ora dal “funzionario del re” che la tradizione vuole di origine pagana.

Con ciò si realizza quanto era stato detto dal profeta Isaia a proposito della volontà salvifica di Dio: «Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria» (Lettura: Isaia 66,18b). La “gloria di Dio”, lo sappiamo, risplende nel suo Figlio Gesù che è venuto a portare a tutti gli uomini la vita, strappandoli, come fa con il “bambino malato”, dal potere della morte, e a radunarli attorno a sé in un unico popolo, quello amato da Dio, e facendoli “eredi del mondo” (Epistola: Romani 4,13).

A essi, a noi, come a ogni uomo, è richiesta la fede, quella di Abramo che «credette a Dio che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Romani 4,17) o quella del “funzionario del re” che credendo nella Parola ottiene la guarigione del suo figlio. L’Epifania del Signore apre le nostre menti e i nostri cuori alle grandi cose di Dio, ai suoi mirabili progetti di salvezza che riguardano tutti gli uomini indistintamente. A essi, infatti, ha inviato Gesù il Figlio portatore della vita, quella vera ed eterna, che è comunione con Dio donata, già da ora, a chi “crede”.

L’ascolto della Parola e la partecipazione ai divini misteri nei quali si attua sempre la salvezza in Cristo, sprona ognuno di noi a diventare cantore della grandezza e della santità di Dio, offrendo il nostro contributo perché tutti possano giungere a quella “fede” che consente di avere parte alle promesse e all’eredità di Dio.


02 febbraio 2011

 
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