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lunedì 17 gennaio 2022
 

6 marzo 2011 - IX del Tempo ordinario


Matteo (7,21-27)


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. [...] Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia».


La roccia o la sabbia?

«Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli » (Mt 7,21). Fin qui le parole del Maestro non lasciano dubbi d’interpretazione: chi onora Dio con le labbra, ma non con il cuore, è lontano dal regno. A poco serve l’osservanza sterile dei precetti, se la nostra fede non determina un radicale cambiamento del nostro stile di vita, del modo di pensare, se non ci porta a un impegno concreto per aiutare i poveri e liberare gli oppressi.
Più avanti, però, il discorso del Maestro si complica: Gesù sembra chiederci qualcosa di più, che vada oltre le opere buone. A chi gli dirà: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?» (Mt 7,22), egli risponderà: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi operatori di iniquità» (Mt 7,23).

Una risposta che a una prima lettura indubbiamente disorienta: se nemmeno tutto questo serve a entrare nel regno, qual è la fede che il Signore ci chiede? Per comprendere la risposta del Maestro è necessario aprirsi alla totalità del suo messaggio. Il Vangelo è un tutt’uno, è Parola viva che s’incarna nella nostra storia, non è un elenco di precetti a cui bisogna obbedire, né un libro dal quale si può estrapolare ora una frase, ora un’altra. Se infatti ripensiamo alle parole di Gesù riportate da Giovanni: «Chi rimane in me e io in lui, fa
molto frutto» (Gv 15,5), l’enigma si scioglie.

L’insegnamento del Maestro apre all’etica dell’intenzione: ciò che conta nel nostro agire è la sincerità del fine, ciò che vi sottende. Il paradiso non si compra, non è necessario pagare il biglietto, nessuno, come gli operatori di iniquità, può permettersi di presentare a Dio il conto per entrare nel regno. Mille preghiere, mille opere buone non servono, se nascono dall’intenzione di assicurarsi la salute, la ricchezza, una vita protetta dalla benedizione di Dio. «L’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (Rm 3,28).

L’uomo nuovo generato dalla fede è allora colui che, unito al Signore come la vite ai tralci, accoglie Dio nella culla del suo cuore e crescendo alla luce della Parola, non è più lui a vivere, ma è Cristo che vive in lui (cf. Gal 2,20). Come l’albero buono produce buoni frutti, così le sue opere saranno necessariamente opere buone, senza secondi fini, perché è già entrato nello spirito del regno, nella volontà di Dio.

Costruita la sua casa sulla roccia, e non sulla sabbia, l’uomo nuovo non teme più le avversità della vita, perché sa che chi confida nel Signore non resterà deluso. Un’unica preghiera sgorgherà dalle sue labbra: «Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto, salvami per
la tua misericordia» (Sal 31,17).


02 marzo 2011

 
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