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6 marzo 2011 – Ultima dopo l’Epifania


1. La domenica detta «del perdono»
     

Conclude il tempo liturgico “dopo l'Epifania” e, di fatto, prepara alla Quaresima che avrà come punto focale il mistero pasquale del Signore considerato nel suo primo versante riguardante la sua morte in croce nella quale il “perdono” da lui portato nel mondo è dato per tutti gli uomini che si convertono e credono.    
Il Lezionario propone: Lettura: Osea 1,9a; 2,7a.b-10. 16-18. 21-22; Salmo: 102; Epistola: Romani 8,1-4; Vangelo: Luca 15,11-32.    
Nella Messa vespertina viene proclamato quale Vangelo della risurrezione:  Luca 24,13a.36-48. Le orazioni e i canti della Messa sono quelli della IX Domenica Per annum nel Messale ambrosiano.    


2. Vangelo secondo Luca 15,11-32      

In quel tempo. Il Signore Gesù 11disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.     25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale  ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».    


3. Commento liturgico-pastorale      

E' la terza delle parabole narrate da Gesù per rispondere ai farisei e agli scribi che lo rimproverano per la sua accoglienza e disponibilità verso “i peccatori” con i quali addirittura siede a mensa (Matteo 15,1-2). Le prime due sono rispettivamente quella della “pecora perduta e ritrovata” (vv. 4-7) e della “moneta perduta e ritrovata” (vv. 8-10).

La parabola oggi proclamata, che ha il Padre come protagonista principale, è divisa in due parti. La prima riguarda il “figlio più giovane” prima “perduto” e poi “ritrovato” (vv. 11-24) e la seconda parla del “figlio maggiore” che non si è mai mosso da casa e che, in verità, non si è mai sentito e comportato come vero “figlio” (vv. 25-30). I vv. 31-32, infine, riportano la risposta del Padre, al figlio maggiore, nella quale abbiamo la rivelazione della bontà di Dio nei confronti di tutti gli uomini e, con la quale, Gesù l’inviato di Dio, giustifica il suo atteggiamento misericordioso specialmente verso i “perduti” ossia “i peccatori”.

La parabola prende avvio con la richiesta del figlio minore di avere la parte del patrimonio a lui spettante sulla base delle prescrizioni della Legge (vedi Levitico 27,8-11; e Numeri 36,7-9) e la sua partenza da casa verso “un paese lontano” dove rapidamente esaurisce le sue sostanze conducendo una vita disordinata (vv. 12-13).

I vv. 14-16 segnano il repentino mutamento delle condizioni di vita del giovane che si trova per necessità a doversi occupare di una mandria di porci. Cosa, questa, proibita dalla Legge e segno dell’abiezione più profonda per un giudeo.

L’osservazione riportata al v. 17 è determinante per il profondo cambiamento del cuore del ragazzo.  Finalmente “rientrò” in sé stesso compiendo idealmente il percorso di ritorno alla casa del Padre e  preparandosi convenientemente all’incontro con lui riconoscendo il suo “peccato” (vv. 17-19).

Di qui la decisione di ritornare effettivamente dal Padre (v. 20) il quale addirittura preso da una grande commozione gli va incontro e compie gesti di “riconoscimento” del prodigo come suo “figlio” (lo abbraccia e lo bacia). L’amore straripante del Padre non gli permette neppure di aprire bocca, anzi si manifesta con segni di generosa accoglienza:  il vestito più bello, l’anello, i calzari, il vitello grasso che viene imbandito perché la festa sia piena (vv. 22-23).

Il v. 24 riporta la motivazione di tutto ciò: il figlio che era come “morto” è “tornato in vita”, il figlio che si era “perduto” è stato “ritrovato” e riconsegnato all'amore del Padre.

Nella seconda parte viene descritta la reazione del “figlio maggiore” una volta appreso, si badi non dal Padre, ma da un servo, il motivo della festa (vv. 26-27). Stavolta è lui ad allontanarsi da casa senza curarsi di provocare dolore nel cuore del Padre costretto a uscire incontro a lui e addirittura “a pregarlo” (v. 28). Le sue parole dicono in verità che lui non si è mai veramente considerato “figlio” ponendosi in un rapporto di “servizio” formalmente obbediente non certo dunque filiale con il Padre. Rapporto che, come avviene, dovrebbe essere ricompensato almeno da un “capretto”.

La risposta del Padre vuole rassicurare il figlio maggiore che i suoi sentimenti per lui non sono da meno di quelli riservati al figlio scapestrato e lo invita a far festa, a gioire cioè con lui che ha recuperato un “figlio” al suo amore e lui stesso un “fratello”.

Proclamata in questa domenica che fa da ponte tra il Tempo dopo l’Epifania del Signore e quello di Quaresima, la parabola del Padre buono e dei due figli entrambi “perduti” intende esortare tutti a intraprendere nel prossimo tempo quaresimale, un deciso cammino di conversione e di ritorno a Dio.

Con le sue parole e con i suoi gesti Gesù ci ha con evidente chiarezza fatto comprendere che Dio, il Padre «è buono e grande nell'amore» (Ritornello al Salmo responsoriale) verso tutti, senza eccezione. Non ci sono uomini o donne per quanto lontani e addirittura “perduti” che Dio non tenga sempre nel suo cuore, spiando l’occasione propizia per attirarli nuovamente a sé, per parlare al loro cuore (cfr. Lettura: Osea 2,16) al fine di poterli finalmente annoverare tra i suoi figli.

Del resto, come insegna l’Apostolo, Dio ha già perdonato i nostri peccati, anzi ha fatto sì che «la giustizia della Legge fosse compiuta in noi» perché il nostro e il peccato di tutti egli li ha perdonati una volta «condannato il peccato nella carne» ossia nella persona del suo Figlio fatto uomo in Gesù (cfr. Epistola: Romani, 8,3).

Un simile potente annuncio dell’amore davvero sorprendente di Dio deve essere capace di muovere anche nel nostro cuore quella decisione che ha rappresentato la salvezza per il figlio che era perduto: «Mi alzerò, andrò da mio padre» (Luca 15,18). Egli ci attende attorno alla mensa eucaristica dove: «Gli angeli stanno intorno all’altare e Cristo porge il pane dei santi e il calice di vita a remissione dei peccati» (antifona Alla Comunione) per «purificarci dalle colpe, per infondere vigore nella nostra debolezza e per guidarci verso la gioia del regno eterno» (Orazione Dopo la Comunione) nella sua Casa.


02 marzo 2011

 
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