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8 maggio 2011 – III domenica di Pasqua


1. La terza domenica di Pasqua    

Ha il compito di tratteggiare e illuminare con l’immagine biblica dell’agnello di Dio l’opera salvifica compiuta dal Signore Gesù nella sua Pasqua. Il Lezionario riporta i seguenti brani scritturistici: Lettura: Atti degli Apostoli 19,1b-7; Salmo: 106; Epistola: Ebrei 9,11-15; Vangelo: Giovanni 1,29-34. Alla Messa vespertina del sabato viene letto: Marco 16,1-8a quale Vangelo della risurrezione.    


2. Vangelo secondo Giovanni 1,29-34    

In quel tempo. 29Giovanni vedendo il Signore Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».     
32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».    


3. Commento liturgico-pastorale    

La prima parte del brano è occupata dalla dichiarazione di Giovanni Battista che indica Gesù come «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Si tratta di una dichiarazione di grande rilievo non solo per Israele che attende da Dio l’invio del Messia liberatore, ma per l’intera umanità che attende di essere liberata dal giogo opprimente del male e del peccato che la tiene separata da Dio.

In una parola viene qui detto che, in Gesù, Dio offre al mondo la pienezza del perdono e della riconciliazione che una volta era profeticamente annunciata nell’offerta dei “sacrifici” di animali inconsapevoli, automaticamente e definitivamente aboliti.

Egli, perciò, venendo in questo mondo non solo, toglie di mezzo la moltitudine dei peccati che estraniano l’uomo dal suo vitale rapporto con Dio, ma toglie di mezzo il potere stesso esercitato dal peccato su di essi e stabilendo “nel suo sangue” un’alleanza nuova con Dio.

La catechesi cristiana delle origini ha sviluppato quanto appena detto mostrando come l’immagine biblica dell’agnello è stata portata a compimento da Gesù nella sua Pasqua di morte e di risurrezione e il cui sangue, a differenza di quello di “capri e di vitelli”, è in grado di purificare «la nostra coscienza dalle opere morte, perché serviamo al Dio vivente» (Epistola: Ebrei 9,14).

Gesù è in grado di compiere tutto ciò perché, come afferma il Battista: «è avanti a me, perché era prima di me» (v. 30), confessando così, la preesistenza di Gesù che nel prologo del Vangelo abbiamo imparato a identificare nel Verbo eterno che Dio manda nel mondo per compiere l'opera di salvezza. A lui, dunque, è orientata l’intera attività del Battista, che consiste nel preparare il popolo a rivolgersi e ad accogliere Gesù come l’inviato di Dio (v. 31), ovvero, come chiarisce l’apostolo Paolo: «Giovanni battezzò con un battesimo di conversione, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù» (Lettura: Atti degli Apostoli 19,4).

La seconda parte del brano (vv. 32-34) è occupata dalla “testimonianza” che Giovanni Battista dà a Gesù, una testimonianza che procede da quanto lui stesso “ha visto”, s'intende, nel momento del suo battesimo: «Ho contemplato lo Spirito discendere dal cielo e rimanere su di lui» (v. 32).

Proprio la “contemplazione” dello Spirito Santo che si posa stabilmente su Gesù permette al Battista di riconoscerlo quale Messia sul quale, stando alla parola dei profeti, si sarebbe posato lo Spirito del Signore (cfr. Isaia 11,2). Egli inoltre capisce che Gesù, portatore dello Spirito, «è lui che battezza nello Spirito Santo» (v. 33) per la più profonda trasformazione dell'uomo che il battesimo “nell’acqua” poteva soltanto preparare e in qualche modo anticipare.

La Lettura presa dagli Atti degli Apostoli mostra nell’attività missionaria di san Paolo come la Chiesa delle origini ha da subito praticato il “battesimo nello Spirito” inaugurato dal Signore Gesù perché anche sui credenti si posasse stabilmente lo Spirito Santo, non solo per il perdono dei peccati, ma per la loro trasformazione profonda in Cristo e divenire partecipi in lui della sua missione profetica e di universale evangelizzazione.

L'affermazione conclusiva: «E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» rappresenta il vertice della testimonianza resa dal Battista a Gesù sulla base di ciò che lui stesso ha visto e contemplato, testimonianza che deve essere quella di tutti coloro che, avendo creduto, sono stati immersi nello Spirito del Risorto.

La partecipazione all’Eucaristia, mentre ci inserisce sempre di più nell’alleanza, ovvero nella comunione con la vita divina, inaugurata nel sangue dell’Agnello, ci invita a tornare al fonte battesimale, nostra prima immersione nello Spirito del Signore Gesù, per contemplare con rinnovato stupore le meraviglie di cui siamo stati fatti partecipi e che la preghiera liturgica così traduce: «Dalla terra lo avevi formato, ma rigenerandolo nel battesimo gli hai infuso una vita che viene dal cielo. Da quando l’autore della morte è stato sconfitto per l’azione redentrice di Cristo, l’uomo ha conseguito il dono di un’esistenza immortale e, dispersa la nebbia dell’errore, ha ritrovato la via della verità» (Prefazio).


05 maggio 2011

 
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