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giovedì 26 maggio 2022
 

9-10-2011 - VI dopo il martirio del Battista


1. La sesta domenica “dopo il martirio” del Precursore


Ha il compito nella serie delle domeniche dopo il martirio del Battista di testimoniare con l’annuncio della Parola e la celebrazione della Pasqua del Signore qual è la fisionomia della Chiesa: una Comunità di discepoli del Signore. Il Lezionario riporta i seguenti brani della Scrittura: Lettura: Giobbe 1,13-21; Salmo 16; Epistola: 2 Timoteo 2,6-15; Vangelo: Luca 17,7-10. La pericope di Luca 24,13b.36-48 viene letta alla Messa vespertina del sabato come Vangelo della Risurrezione. Le orazioni e i canti della Messa sono presi dalla XXVIII domenica del Tempo «per annum» nel Messale ambrosiano.  


2. Vangelo secondo Luca 17,7-10  

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: 7«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti in tavola”? 8Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi , quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.  


3. Commento liturgico-pastorale  

Il breve brano che viene oggi proclamato fa parte di una serie di insegnamenti impartiti da Gesù ai suoi discepoli (Luca 17,1-10) allo scopo di far comprendere loro ciò che in effetti comporta l’essere discepolo: evitare lo scandalo dei piccoli, ovvero degli ultimi della Comunità (vv. 1-2); la piena disponibilità al perdono vicendevole (vv. 3-4) e la necessità di aver fede (vv. 5-6).

I versetti oggi letti, prendendo lo spunto dalla realtà sociale del tempo in cui era praticata la schiavitù insegnano, a quanti seguono il Signore, a non pensare di poter vantare qualche pretesa davanti a lui per il fatto di essere suoi discepoli: non hanno compiuto altro che il loro dovere!

Per questo viene messo in campo il rapporto padrone/servo (=schiavo) abituale nell’antichità. Un rapporto dove il servo adibito per i lavori agricoli e per la cura del gregge non pensa neppure di avere diritto di sedersi a mensa per sfamarsi ma, al contrario, sa che la sua dura condizione di schiavitù, che lo relega nell’infimo gradino della scala sociale, lo obbliga a prendersi cura del suo padrone servendolo a tavola (v. 8).

Le parole del Signore diventano ancora più dure nel sottolineare come il padrone non è nemmeno sfiorato dall’idea di esprimere in qualche modo la sua «gratitudine verso quel servo». Egli ha solo «eseguito gli ordini ricevuti» (v. 10).

La parola conclusiva del Signore diretta ai suoi discepoli, se possibile, è ancora più difficile da capire e da accettare: dopo aver fedelmente ottemperato ai suoi insegnamenti i discepoli devono ritenersi semplicemente «servi inutili», gente facilmente sostituibile, quasi dei “buoni a nulla” (v. 10). Si tratta di una lezione quasi scoraggiante che Gesù rivolge ai suoi discepoli di un tempo e dunque anche a noi.

Letta e ascoltata nel tempo liturgico che prende avvio dal martirio del Battista e che sfocia nella grande domenica, quella prossima, della Dedicazione del Duomo, Chiesa madre per tutti i fedeli ambrosiani, vuole far comprendere con estrema chiarezza a tutti noi come si sta nella Chiesa, nella compagnia di Gesù che ha per regola unica la carità messa in luce domenica scorsa.

Ci viene detto che, nella Chiesa, tutti siamo “servi” e per di più non indispensabili. D’altra parte il Signore stesso è venuto dal Cielo come “servo” e ha portato a compimento l’antica profezia del “servo di Dio” umiliato e messo a morte.

È la via obbligata per i discepoli, che sopprime nei nostri cuori la smania del potere, del successo, della presunzione, del dominio che rallenta non poco il nostro passo sulle vie del Vangelo da annunziare e da testimoniare al mondo.

È la via dello svuotamento di sé e della consegna totale alla volontà di Dio sulla quale ci ha preceduto il santo Giobbe che, spogliato di tutto, compreso l’affetto dei figli, esclama: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!» (Lettura: Giobbe 1,21).

Non diversamente l’apostolo Paolo, che a causa del Vangelo soffre «fino a portare le catene come un malfattore» (Epistola: 2 Timoteo 2,9) che «sopporta ogni cosa per quelli che Dio ha scelto» (v. 10) pronto a morire con il Signore e a dare la vita per lui. Egli non reclama per sé onori e ricompense, ma insegna al suo discepolo a fare come lui ha fatto: «Sforzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità» (v. 15).

A questa scuola occorre mettersi come discepoli del Signore, ma soprattutto come sua Comunità, sua Chiesa, consapevoli che si tratta di abbandonare vie e pensieri umani per mettersi sulle vie di Dio. Cosa questa che ottiene chi si affida a lui nella preghiera come l’antico orante: «Tendi a me l’orecchio, (o Dio) ascolta le mie parole, mostrami i prodigi della tua misericordia» (Salmo 16) e quanti aprono il loro cuore per assumere gli stessi sentimenti e gli stessi atteggiamenti del Signore Gesù, “il servo di Dio”, resi al vivo nella celebrazione dei divini misteri.


05 ottobre 2011

 
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