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9 febbraio 2014 – V domenica dopo l’Epifania

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (4,46-54)

In quel tempo. Il Signore Gesù andò di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino.
Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete».
Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia».
Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!».
Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato».
Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.


Dalla Parola alla vita

Giovanni è preciso nel dirci che la guarigione del figlio del funzionario del re è «il secondo segno» compiuto da Gesù. “Segno” è più di un miracolo: Gesù non ha fatto qualcosa di eccezionale (un miracolo), ma vuole insegnarci che non sbagliamo a credere in lui. Per questo Giovanni alla fine del segno di Cana scrive: «I suoi discepoli credettero in lui» (Giovanni 2,11); e nel brano di oggi conclude: il ministro del re «credette con tutta la sua famiglia».

Non è un caso che sia il secondo segno. Il primo (la trasformazione dell’acqua in vino) Gesù l’ha fatto per custodire l’amore di due giovani poveri che stavano iniziando la splendida avventura della loro vita di sposi. Sarebbe stato ben triste che mancasse il vino in quell’occasione di gioia.

Gesù ama troppo l’amore dell’uomo per tollerare che si spenga o che sia messo in pericolo e per questo ascolta l’invito di sua madre, chiedendo ai servi del banchetto di nozze di fidarsi di lui. Adesso è in gioco l’amore di un padre per suo figlio, che «stava per morire». L’amore di un padre (e di una madre, ovviamente) è troppo prezioso per Gesù. Dio non può rimanere indifferente al grido di un genitore, perché Dio stesso ci è Padre e Madre.

Dio ama troppo la vita per lasciare che si spenga: «Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata» (Sapienza 11, 24). Dio ama tanto la vita che ha vinto la morte con la risurrezione di Gesù. E così accadrà anche a noi, se crederemo in lui.

Giovanni è poi preciso nel dirci l’ora della guarigione del ragazzo: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno». Giovanni vuole insegnarci che il segno è veramente avvenuto; è storico. La nostra fede non si basa su fantasie o favole, ma sulla verità: è vero quello che Gesù ha fatto al ragazzo morente ed è vero quello che ha detto a quel papà. Vale per noi: ciò che Gesù ha fatto, è per farci capire che ciò che dice è vero! Quel papà è giustamente disperato: suo figlio sta morendo e Gesù sembra tergiversare. Quel papà insiste, mostrando tutta la sua speranza in Gesù (lo chiama «Signore, Dio») e tutto il suo amore per il figlio: «Vieni prima che muoia!».

A Gesù basta: ha colto nelle parole di quel papà la fede e l’amore. Non bastano, però, le parole: la fede vera si vede nelle scelte della vita. Quel papà forse si aspettava che Gesù andasse con lui a casa sua, come facevano tutti i medici e i maghi e i guaritori. Invece Gesù gli chiede di fidarsi delle sue parole: «Tuo figlio vive». E quell’uomo «credette alla parola di Gesù». Non sa ancora che suo figlio è guarito, ma torna a casa fidandosi delle parole di Gesù.

A noi, che vogliamo essere sicuri, che preferiamo vedere se è proprio vero, se vale la pena fidarsi, papa Francesco dice: «La fede sa che Dio si è fatto molto vicino a noi, che Cristo ci è stato dato come grande dono che ci trasforma interiormente, che abita in noi, e così ci dona la luce che illumina l’origine e la fine della vita, l’intero arco del cammino umano. Possiamo così capire la novità alla quale la fede ci porta. Il credente è trasformato dall’Amore, cui si è aperto nella fede» (Lumen fidei 20).


07 febbraio 2014

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