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9 Settembre 2012


II Domenica dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore

 

Pone in rilievo la rivelazione del “volto” di Dio nel suo Figlio, il Signore Gesù Cristo, al quale le Scritture danno testimonianza.

 

Il Lezionario

 

Propone i seguenti testi biblici: Lettura: Isaia 63,7-17; Salmo 79 (80); Epistola: Ebrei 3,1-6; Vangelo: Giovanni 5,37-47. Il Vangelo della Risurrezione per la Messa vigiliare del sabato è preso da: Giovanni 20,1-8. (Le orazioni e i canti della Messa sono quelli della XXIII domenica del Tempo «per annum» del Messale Ambrosiano).

 

Lettura del profeta Isaia (63,7-17)

 

In quei giorni. Isaia parlò, dicendo: / «7Voglio ricordare i benefici del Signore, / le glorie del Signore, / quanto egli ha fatto per noi. / Egli è grande in bontà per la casa d’Israele. / Egli ci trattò secondo la sua misericordia, / secondo la grandezza della sua grazia. / 8Disse: “Certo, essi sono il mio popolo, / figli che non deluderanno”, / e fu per loro un salvatore / 9in tutte le loro tribolazioni. / Non un inviato né un angelo, / ma egli stesso li ha salvati; / con amore e compassione li ha riscattati, / li ha sollevati e portati su di sé, / tutti i giorni del passato. / 10Ma essi si ribellarono
e contristarono il suo santo spirito. / Egli perciò divenne loro nemico / e mosse loro guerra. / 11Allora si ricordarono dei giorni antichi, / di Mosè suo servo. / Dov’è colui che lo fece salire dal mare / con il pastore del suo gregge? / Dov’è colui che gli pose nell’intimo / il suo santo spirito, /
12colui che fece camminare alla destra di Mosè / il suo braccio glorioso,/ che divise le acque davanti a loro / acquistandosi un nome eterno, / 13colui che li fece avanzare tra i flutti / come un cavallo nella steppa? / Non inciamparono, / 14come armento che scende per la valle: / lo spirito del Signore li guidava al riposo. / Così tu conducesti il tuo popolo, / per acquistarti un nome glorioso. / 15Guarda dal cielo e osserva / dalla tua dimora santa e gloriosa / Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, / il fremito delle tue viscere / e la tua misericordia? / Non forzarti all’insensibilità,
16perché tu sei nostro padre, / poiché Abramo non ci riconosce / e Israele non si ricorda di noi. /
Tu, Signore, sei nostro padre, / da sempre ti chiami nostro redentore. / 17Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie / e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? / Ritorna per amore dei tuoi servi, / per amore delle tribù, tua eredità».

 

Il brano fa parte della supplica che il popolo eleva a Dio prendendo coscienza del proprio peccato. Viene anzitutto fatta “memoria” delle grandi cose compiute da Dio in suo favore lungo il cammino della storia, in particolare della liberazione dall’Egitto, ma anche del peccato che ha contristato l’Altissimo (vv. 7-14). I vv. 15-17 riportano alcuni tratti finali della supplica rivolta a Dio, considerato come padre, perché torni ad amare e a proteggere il suo popolo.

 

Lettera agli Ebrei (3,1-6)

 

1Fratelli santi, voi che siete partecipi di una vocazione celeste, prestate attenzione a Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo, 2il quale è degno di fede per colui che l’ha costituito tale, come lo fu anche Mosè in tutta la sua casa.3Ma, in confronto a Mosè, egli è stato giudicato degno di una gloria tanto maggiore quanto l’onore del costruttore della casa supera quello della casa stessa. 4Ogni casa infatti viene costruita da qualcuno; ma colui che ha costruito tutto è Dio. 5In verità Mosè fu degno di fede in tutta la sua casa come servitore, per dare testimonianza di ciò che doveva essere annunciato più tardi. 6Cristo, invece, lo fu come figlio, posto sopra la sua casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo.

Il brano intende mettere in luce la superiorità di Gesù rispetto a Mosè. Gesù viene qualificato come «apostolo e sommo sacerdote» (v. 1) ovvero come l’inviato da Dio per rivelare in pienezza la fede e come mediatore tra Dio e gli uomini e non per il solo Israele come avvenne con Mosè (vv. 1-2). La superiorità di Gesù, inoltre, si poggia sul fatto che, mentre Mosè fu considerato «degno di fede» tra il popolo in qualità di servitore di Dio, Egli lo fu «come figlio» posto a capo della «sua casa», che è la comunità dei credenti (vv. 3-6).

 

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (5,37-47)

 

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «37Anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, 38e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. 39Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. 40Ma voi non volete venire a me per avere vita.

41Io non ricevo gloria dagli uomini. 42Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. 43Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. 44E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?

45Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. 46Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. 47Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».

 

Il testo è preso dalla seconda parte, quella conclusiva, del grande discorso di rivelazione contenuto nel quinto capitolo dell’evangelo di Giovanni. In particolare i vv. 37-38 parlano della testimonianza resa a Gesù dal Padre perché il popolo lo riconoscesse come suo inviato, ma invano. I vv. 39-47 introducono il tema della testimonianza che le stesse Scritture offrono a Gesù. Queste, oggetto di investigazione appassionata da parte di Israele, rimangono incapaci di comunicare la salvezza a causa del rifiuto di riconoscere che esse parlano di Cristo (vv. 39-40). Nei vv. 41-44 Gesù denuncia l’atteggiamento interiore con il quale Israele accosta le Scritture e che, di fatto, gli impedisce di cogliere il rimando a lui. Israele, in pratica, si fissa su una comprensione del tutto chiusa in sé stessa, che qui è resa con l’espressione: prendere «gloria gli uni dagli altri» (v. 44), e per niente pronta a ricercare la «gloria che proviene dal Dio unico» (v. 44). Nei vv. 45-47 Gesù mette in guardia dal rischio di essere accusati davanti a Dio proprio dalle Scritture qui impersonificate da Mosè.

 

Commento liturgico-pastorale

 

Anche questa II Domenica dopo il martirio del Precursore intende mettere in primo piano la più completa identità di Gesù quale Figlio unigenito di Dio il quale, come abbiamo imparato dall’ascolto delle Scritture nelle scorse domeniche del Tempo “dopo Pentecoste”, porta a compimento nella sua Persona e nell’evento della sua Pasqua il graduale dispiegarsi della storia della salvezza con i personaggi e gli eventi che l’hanno segnata.

Sono proprio le Scritture a dare a Gesù la testimonianza della sua eminente superiorità su quanto e su chi lo ha preceduto, annunziando il suo invio nel mondo. Ed è Gesù in persona a offrire la chiave interpretativa delle Scritture affermando che Mosè, ritenuto autore della Legge (il Pentateuco), in realtà «ha scritto di me» (Vangelo: Giovanni 5,46).

Con ciò Gesù ci insegna a leggere e a intendere le Scritture alla luce di ciò che egli ha detto e ha fatto. Tutte le Scritture, in una parola, si riferiscono a lui e trovano il loro ultimo compimento in lui che è stato mandato dal Padre come “apostolo”, ossia inviato come rivelatore definitivo, e come “sommo sacerdote” (Epistola: Ebrei 3,1), ossia mediatore e intercessore tra la terra e il cielo. In una parola: le Scritture «danno testimonianza di me» (Vangelo: Giovanni 5,39).

Di più, egli a differenza di Mosè e dei Profeti, non è uno dei servi mandati da Dio al suo popolo Israele, ma è il “figlio” destinato a costruire la “casa”, ossia la comunità dei credenti formata da tutti coloro che credono in lui (Ebrei 3,6).

In Gesù che è il Figlio, al quale il Padre stesso dà testimonianza accreditandolo come tale fin dall’esordio della sua attività nella teofania del Battesimo al Giordano, nell’esaudire ogni sua preghiera, nelle opere da lui compiute e, soprattutto, nell’ora suprema della sua glorificazione, vale a dire della sua Pasqua, si può affermare che Dio stesso, e non un inviato né un angelo ha salvato, riscattato e portato su di sé l’intera umanità (Cfr. Lettura: Isaia, 63,9), rivelandosi in tal modo Padre e redentore di tutti.

In Gesù che, nella qualità di Figlio, rende accessibile il volto di Dio, Dio si mostra pieno di bontà e compassione per l’umanità sviata, dal cuore indurito e che vaga lontano dalle sue vie (Isaia 63,17). Nel suo Figlio, Dio esaudisce l’implorazione: «Fa’ splendere il tuo volto, Signore, e noi saremo salvi» (Salmo 79). Il “volto” di Dio è visibile nel Signore Gesù che accoglie i piccoli, i poveri, i malati, i peccatori e che a tutti fa udire la Parola che salva. Il volto di Dio lo vediamo svelato nel suo Figlio Crocifisso nel quale avvertiamo in tutta verità il fremito della sue “viscere” e la sua “misericordia” (Cfr. Isaia 63,15) che abbraccia il mondo intero che vaga lontano da lui e che invece è destinato a radunarsi nella “casa” dove il Capo è il Signore Gesù (cfr. Ebrei 3,6). Nella partecipazione all’Eucaristia impariamo anzitutto ad ascoltare le Scritture per accogliere la testimonianza che esse danno di Gesù il quale, solo, può farci vedere il volto di Dio (cfr. Giovanni 5,37) sul suo volto di Figlio. Da tale esperienza deve rinascere in tutti i fedeli un amore grande per le divine Scritture che vanno lette, studiate, ascoltate, interpretate, “scrutate” con la luce dello Spirito nel seno della Chiesa che è la casa di Dio. Sarà allora possibile riconoscere e toccare con mano, nei santi Segni eucaristici, le meraviglie dell’amore paterno di Dio per tutti gli uomini destinati ad essere trasformati «a immagine del suo unico Figlio» (Orazione Dopo la Comunione).

 


05 settembre 2012

 
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