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sabato 26 settembre 2020
 

Aleppo, madre e figlia nella guerra

Zarifa e la figlia Zena.
Zarifa e la figlia Zena.

La parrucca in effetti si nota ma Zarifa non se ne fa un problema. È arrivata a Damasco da Aleppo per la chemioterapia e, dice, «questo non sarebbe mai successo prima della guerra, perché ad Aleppo avevamo i migliori ospedali della Siria. Ma proprio gli ospedali sono stati tra i primi bersagli degli islamisti. E i dottori, e in genere gli intellettuali e gli scienziati, la categoria che è subito stata presa di mira dai terroristi, proprio per indebolire la società intera. Così, per curare il mio tumore, sono dovuta venire fin qui».

Zarifa è accompagnata da Zena, la figlia maggiore, che frequenta la terza liceo. Le due gemelle, più piccole, sono rimaste ad Aleppo con il padre. La storia di questa famiglia non è come quella di Amira, figlia dei quartieri poveri, che abbiamo raccontato nel numero precedente. Si parla, qui, di cattolici appartenenti a una buona borghesia precipitata dalla guerra in un incubo che mai avrebbe immaginato di dover vivere.

«Io sono maestra in una scuola elementare, e ho avuto la fortuna di conservare il lavoro. Mio marito era un distributore all’ingrosso di generi alimentari, un commerciante, e davvero non ci mancava nulla. Poi è scoppiata la guerra, Aleppo è stata attaccata dai jihadisti e il nostro mondo è stato sconvolto. Mio marito ha perso tutto, i suoi magazzini erano nella zona occupata dall’Isis e dai suoi simili, e ha smesso di lavorare. Si dispera ma, anche se le ha tentate tutte, non è riuscito a trovare un altro lavoro. Per sopravvivere abbiamo speso i risparmi di una vita e adesso siamo sul lastrico: viviamo del mio salario che, con i prezzi saliti alle stelle, non basta più a nulla. Per fortuna ci aiuta la Chiesa. Con i generi di prima necessità, certo, ma anche in tanti altri modi. È stato importante, per esempio, che la scuola cattolica ci abbia condonato la retta quando volevamo ritirare le figlie perché non potevamo pagare. Le ragazze sono tutto ciò che ci resta, visto che non abbiamo nemmeno un modo per andarcene».

Zena ha seguito scrutando me e la madre con occhi profondi e scuri. Che brillano di una passione indefinibile (sdegno, rabbia, commozione?) ma forte quando deve parlare di sé. «Ho cambiato tre scuole, perché le prime due sono state bombardate. Ma io e i miei compagni non abbiamo mai smesso di studiare né di andare alle lezioni, ci impegniamo molto perché almeno questa parte della nostra vita sembri normale. È un po’ strano, forse, che dei ragazzi studino di più per sentirsi meglio (e qui gli occhi di Zena si accendono d’ironia, ndr) ma mi rendo conto che è un segno della nostra disperazione. Ho visto morire cinque delle mie amiche, sotto i razzi dei ribelli o per i colpi dei cecchini. Tutti quelli che conosco hanno vissuto esperienze simili, se non ancora più terribili. Credo che saremo perdonati se, per resistere, ci attacchiamo anche ai libri di testo...».


27 dicembre 2015

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