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lunedì 23 novembre 2020
 

Amira: «Ecco come viviamo noi cristiani di Aleppo»

Giochi nelle strade di Aleppo. Prima della guerra i cristiani della città erano 300 mila,  su 2 milioni di abitanti (Reuters).
Giochi nelle strade di Aleppo. Prima della guerra i cristiani della città erano 300 mila, su 2 milioni di abitanti (Reuters).

Amira, cattolica armena, si trova a Damasco, ospite di una comunità di suore che cercano di aiutarla con le pratiche per il congedo del figlio: soldato di leva, è stato ferito combattendo contro i ribelli e ha perso un braccio. Era elettricista, ora non può più lavorare e spera che un vecchio conoscente del padre, un commerciante, lo aiuti a metter su una bancarella di frutta e verdura al mercato. Amira, però, è nata ad Aleppo, dove vive tuttora. Ammesso che ciò che la guerra le ha lasciato possa ancora chiamarsi vita.

«Abitiamo a Jabrieh, un quartiere musulmano, a maggioranza sunnita, a suo tempo infiltrato dai ribelli e quindi bombardato da tutti. Siamo in affitto e abbiamo ricevuto lo sfratto, perché siamo indietro coi pagamenti.  Ma che cosa possiamo fare? Mio marito aveva un piccolo laboratorio artigiano, costruiva quei  fornelli di rame che si trovano da noi in tutte le case. Con quattro figli maschi, eravamo poveri ma riuscivamo a tirare avanti».

E poi è arrivata la guerra?

«In realtà, i problemi sono cominciati anche prima. Mio marito ha avuto problemi di cuore e ha dovuto smettere di lavorare, in pratica da anni è bloccato in casa. Ma certo, quando è cominciata la guerra per noi è stato il tracollo, anche perché ci siamo trovati al fronte, sulla linea del fuoco. Il nostro figlio più grande è sposato, ha famiglia e non gli mancano i problemi. Il secondo era militare, è andato a combattere e adesso è un invalido. Il terzo, appena i ribelli sono arrivati ad Aleppo, è stato rapito da uno dei tanti gruppi fondamentalisti. Volevano che si convertisse all’islam oppure che pagassimo un riscatto: per fortuna i nostri sacerdoti sono riusciti a mediare, a convincere quei pazzi che siamo gente povera e pacifica, e dopo sei mesi per fortuna l’hanno liberato».

È successo solamente a voi oppure anche ad altre famiglie?

«È successo a molte famiglie cristiane, quelle cellule islamiste erano organizzate, pronte da tempo, non sono certo spuntate con l’Isis. Infine, il mio figlio più piccolo è stato ferito all’addome dalla scheggia di una bomba esplosa in strada e adesso ha sempre problemi di salute».

E lei, Amira, come sopravvive?

«Cerco di aiutare tutti ma è sempre più dura, sono sfinita nel corpo e nell’animo. Guadagno quel poco che abbiamo facendo pulizie e lavori nelle case dei ricchi, quando mi prendono. Perché anche ad Aleppo, con tutto quel che abbiamo visto in questi anni, c’è gente che vive bene, anzi, grazie alla guerra sta meglio di prima. Quelli come noi, invece, cercano di salvarsi, un giorno dopo l’altro. È il nostro unico pensiero: resistere, arrivare a domani. Non abbiamo più nulla, nemmeno la speranza di andarcene. Ci sono giorni in cui ci manca persino il pane. E da tre anni non mangiamo carne».   

 


20 dicembre 2015

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