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Responsabile del desk Cultura e spettacoli

Niccolò Ammaniti, potevi trattare meglio Anna

2020, Sicilia. Una terra arsa da continui incendi, coperta da polvere e cenere, squassata da un virus, la Rossa, che uccide chiunque superi i 14 anni. Sopravvivono solo i bambini, dunque, anche se non si sa per quale ragione: bambini soli, abbandonati, costretti a cavarsela senza l'aiuto dei genitori, delle famiglie, di nessuno. Come Anna, una ragazzina a cui la madre, in punto di morte, ha affidato il fratellino Astor e un quaderno con "le cose importanti" da sapere per cavarsela nella vita. Anna che è il titolo dell'ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti (Einaudi), in vetta alle classifiche.

Anna deve lasciare solo il fratello per cercare il cibo, affrontando animali ridotti allo stato selvatico, bande di ragazzini, pericoli di ogni genere. Di ritorno da una di queste escursioni, scopre che il fratello è sparito e parte, disperata, alla sua ricerca. Avrà accanto a sé un cane maremmano, conquistato con un gesto di attenzione, dopo averlo dominato in un duello, e Pietro, un ragazzino incontrato per caso e prossimo ai fatidici 14 anni...

La ricerca di Astor porta Anna in un luogo dove, si dice, si terrà una grande festa e, forse, verrà svelato il modo per vincere la Rossa...

Bastano poche righe per avere la sensazione di ritrovarsi immersi nelle atmosfere di La strada di Cormac McCarthy in versione italiana. Bastano però anche alcune decine di pagine per appurare che, della forza evocativa e della asciutta profondità di La strada, Anna ha poco o nulla.

Benché assai praticato, il ricorso al genere distopico (immaginare un mondo futuro dominato da fenomeni negativi, insomma l'opposto dell'utopia) permette anche oggi allo scrittore di creare una serie di situazioni potenzialmente ideali per scavare nella psicologia dei personaggi, inventare scenari che svelino tendenze implicite nel presente, compiere analisi socio-politiche, esprimere un giudizio. Di tutto ciò ho trovato troppo poco nel libro di Niccolò Ammaniti.

Il rapporto fra sorella e fratello, rimasti soli, con la ragazza costretta a farsi madre e padre, famiglia del più piccolo, prometteva un'analisi psicologica che qui viene appena sfiorata. Il grande pellegrinaggio dei ragazzi sopravvissuti verso l'hotel dove avrebbe dovuto essere custodita l'unica speranza di salvezza si risolve narrativamente in una serie di visioni oniriche che suonano gratuite, sensazionalistiche e danno l'impressione di voler colpire il lettore, più che sviluppare un discorso sui concetti di illusione, fede, utopia. Anche dalla bella idea del quaderno con le cose importanti, lasciato come eredità dalla madre morente alla figlia, era lecito aspettarsi qualche intuizione più profonda...

Le pagine migliori sono quelle in cui lo scrittore romano descrive la nascita di un sentimento fra Anna e Pietro e come venga questo annientato dal sopraggiungere del virus. Ma per il resto il racconto corre via un po' scontato, senza colpi di scena, senza idee originali, senza passaggi sorprendenti, accumulando descrizioni tese a impressionare con effetti speciali, più che a esprimere una visione meditata e complessiva, con un utilizzo eccessivo di metafore fine a se stesse. 

Un'isola senza adulti, falcidiati da un virus misterioso, in balia dei bambini, abbandonati a se stessi: da questa idea di partenza era possibile ricavare qualcosa di meglio...

Anna di Niccolò Ammaniti (Einaudi)
Storia: 5
Scrittura: 6
Copertina: 5,5


27 ottobre 2015

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