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venerdì 22 ottobre 2021
 

Buon compleanno, Nutella!

Tra le migliaia di statistiche esistenti, molte delle quali inutili o banali o addirittura bislacche, ne manca sicuramente una: quella relativa al popolo più sfortunato della Terra. Ora, dato per scontato che ognuno può pensarla come meglio crede in proposito, un amico mi ha confidato con sicurezza sfrontata che il popolo più sventurato del mondo è quello della Nuova Caledonia. Di fronte a tanta sicumera, ho pensato che era il caso di insistere un po’ e saperne di più: perché mai proprio i “kanaki” o neocaledoniani sarebbero così sfortunati? Piogge eterne li sovrastano? Mancanza di elettricità, gas e servizi vari? Solo un genere su due abitante dell’isola? No, niente di tutto ciò, ma qualcosa di molto peggio.

Per una colpa da espiare che non conosciamo, infatti, gli abitanti dell’isola vicina (si fa per dire) all’Australia non possono mangiare la Nutella, perché una legge ne vieta l’importazione. Sì, ho pensato, in effetti i kanaki non sanno quello che si perdono e che si sono perduti, a partire dal 20 aprile 1964, giorno in cui dalla fabbrica Ferrero uscì il primo barattolo in vetro di Nutella. Da allora il mondo è sicuramente cambiato decine e decine di volte, per annunciate rivoluzioni epocali più o meno vere, ma una sola cosa resta certa, immarcescibile e fissa: l’esistenza della Nutella a consolazione di ogni momento triste. Perché, come recita un claim celeberrimo, che mondo sarebbe senza Nutella? Andatelo a dire a quegli sfortunati dei neo caledoniani, che mondo è, senza.

Fatto sta che il merito di questo prodotto che ha nutrito migliaia di bambini ma anche di adulti ipergolosi lo si deve tutto alle tasse. Sì, proprio a quelle tasse che tanto fanno sospirare gli italiani da sempre, o quasi. Per una volta, il fisco ha prodotto felicità, e per l’eterogenesi dei fini potremmo dire: grazie fisco, se abbiamo la Nutella. La quale nacque perché, finita la seconda guerra mondiale, la tassa sull’importazione dei semi di cacao era considerata eccessiva da molte nostre aziende. Così, in Piemonte, prese piede l’uso di un succedaneo del cioccolato, ricavato dalla pasta di nocciole.

Anni di povertà: appena usciti dalla guerra gli italiani avevano fame, tanta, e non andavano per il sottile, quello che c’era era buono comunque. Il ramo-cioccolato per le fabbriche alimentari era uno dei più costosi, oltre che non basilare; insomma, un “di più” rispetto a generi fondamentali che scarseggiavano, dalla farina alla carne, allo zucchero, al pane. Poco avvezzi, al contrario dei francesi, alla sciagurata nobiltà di regine che al posto di pane elargiscono brioches, gli italiani del secondo dopoguerra, non inclini a rivolte e rivoluzioni per il pane – e figuriamoci per il cioccolato - s’accontentano, pazienti, di quel che passa il convento.

E in quello di Alba (cioè Ferrero), il signor Pietro Ferrero capì che poteva sostituire il sapore del cioccolato con quello della pasta di nocciola, creando così il giandujot, un surrogato, diciamolo chiaramente, del ben più pregiato e scuro prodotto dei semi di cacao. Però anche quello forniva qualche certezza agli stomaci in disuso degli italiani appena usciti dal disastro. E siccome le idee che hanno gambe solide più che camminare corrono, toccò poi al figlio di Pietro Ferrero, Michele, passare alla seconda fase, quella della libera circolazione del giandujot, rinnovato in forma di crema, in tutta Europa. In realtà, quella crema era già sul mercato dal 1951, una sorta di conserva vegetale densa che compariva, ma senza suscitare entusiasmi, sulle tavole più povere, dove la colazione era minima rispetto alla fatica giornaliera. Calorie e pancia piena andavano d’accordo ma solo la nuova composizione poteva sperare di essere esportata ovunque con successo.

E arrivò il gran giorno, il 20 aprile 1964, cinquant’anni fa, quando dalla Ferrero di Alba, provincia di Cuneo, la produzione fece “bingo” col primo vasetto di quella roba lì, che doveva avere ancora un nome. E lo ebbe, altra felicissima intuizione, prendendo dall’inglese la parola “nocciola”, nut, appunto, accoppiata a un “ella” che più italiano non si può. Nacque così lei, la Nutella, che a spiegarne la composizione ci vuole la laurea (zucchero 56%, olio vegetale 19%, nocciole 13%, cacao magro 7,4%, latte scremato in polvere 6,6%, siero di latte in polvere, lecitina di soia e vanillina), ma a farla sparire in bocca e poi nello stomaco con soddisfazione basta qualche minuto.

In effetti, mentre i cucchiaini vanno e vengono dal barattolo alla bocca, uno pensa che senza Nutella il mondo - è vero - non è lo stesso. Tanto per dire, basti sapere che in Germania ladri golosoni hanno rubato un camion intero di Nutella, cinque tonnellate e mezzo per la precisione, slurp!, e che nel nostro Paese sta per essere stampato un francobollo che festeggerà questo cinquantesimo cremoso compleanno. Ci sarebbe da chiedere, infine, se esiste qualche collezionista mattacchione che ha conservato i primi bicchieri di Nutella, col coperchio rosso anziché bianco. Durarono poco, perché i costi per il coperchio a colori erano eccessivi. Oddio, in Nuova Caledonia magari non le sanno ’ste cose importanti, ma vuoi mettere quello che si perdono?


26 aprile 2014

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