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Giornalista

Caso Yara, che bisogno c'era di quel video?

Quando nelle maglie di un’inchiesta finisce un colletto bianco o qualche signore con responsabilità politiche o istituzionali, c’è sempre una corrente pronta a proclamarlo innocente anche oltre la condanna definitiva, pure se già scontata. Quando invece si tratta del muratore sospettato del delitto di Brembate di Sopra il ministro dell’Interno, Alfano, twitta, senza troppi riguardi: «Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio». Della presunzione di innocenza neanche l’ombra.

Che le indagini evidenzino  gravi indizi a carico di Bossetti pare chiaro, che cinque diverse pronunce, tra riesame e Cassazione, ne abbiano respinto le richieste di scarcerazione, confermando le indicazioni alla custodia cautelare in carcere (pericolo di fuga, pericolo di inquinamento delle prove, pericolo di reiterazione del reato) è un fatto.  Ma nulla di tutto questo autorizza a dimenticare che nessuno diventa presunto colpevole prima di aver subito un regolare processo. E si dà il caso che quel processo, per Bossetti, sia cominciato soltanto stamattina.

Non solo, qualche sera fa, Quarto grado ha diffuso 11 minuti di filmato con le immagini dell’arresto di Bossetti, lanciato in esclusiva e a stretto giro rilanciato con dovizia da siti e Tg.

A parte il fatto che sono immagini che fanno strame dell’articolo 8 del Codice di deontologia dei giornalisti che fa divieto di pubblicare, in nome della tutela della dignità della persona, immagini di gente con le manette ai polsi - e sa tanto di foglia di fico nascondere (poco) gli schiavettoni con un minuscolo bollino sfocato,  mentre si vede benissimo l’atto di farli scattare – che bisogno c’era di diffondere quel filmato?

Che cosa aggiunge all’essenzialità dell’informazione e al suo interesse pubblico, che non sia un mero dare spago alla curiosità morbosa dei voyeur che si affollano attorno alla cronaca nera? Di certo nulla di essenziale aggiunge  alla comprensione dei fatti da parte degli spettatori. In compenso aggiunge sofferenza a chi già ne patisce: nessuno, davvero nessuno, nel dare in pasto al pubblico quelle immagini si è posto il problema di quale effetto potessero fare ai tre bambini che già hanno sulle spalle, incolpevoli di tutto, il peso di un padre in carcere, accusato di un delitto odioso? Siamo sicuri che l’interesse di quei bambini a essere tutelati da questa barbarie mediatica non prevalga sulla curiosità e sulla sete della sciura Pina di vedere un uomo in ceppi?

Di certo quel video nulla di buono aggiunge all’equilibrio dei giudici che, da oggi, dovranno giudicare di questa vicenda: avranno un bel daffare i due giudici togati, cioè professionali, a sgomberare la mente dei sei giudici popolari dalle scorie, depositate in questi anni dal processo mediatico, per guidarli a un migliore equilibrio nella decisione.

Con ogni probabilità, quel filmato dato in pasto alla Tv, neppure scarica di una virgola il peso del dolore dal cuore della famiglia di Yara, che in questi anni, certo terribili, ha fatto di tutto per tener fuori sé stessa e la memoria della figlia dal rutilare della curiosità morbosa attorno al caso. Se qualcosa comunica lo stile della loro dignitosissima sofferenza, è qualcosa che sta a distanza siderale dal voyeurismo di quel video.

Infine merita due righe l’ipocrisia dei siti che hanno titolato “Vergogna”: se davvero la pensavano come dicono a che pro ripubblicare il video subito sotto il titolo?

Agli appunti avranno tutti una risposta pronta:
qualcuno dirà che le manette sono coperte da una nuvoletta sfocata, dunque tutto regolare. Qualcuno evocherà, ma solo a contestazione avvenuta, il pretesto di segnalare abusi, di cui però finora nessuno ha parlato. Ci sarà un affannoso arrampicarsi sugli specchi del dovere di cronaca, del diritto a essere informati, dell’articolo 21, dell’interesse pubblico… Ma son tutte risposte perdenti davanti alla sensibilità e al buon gusto, cose che non riguardano i codici, ma le persone, giornalisti o spettatori che siano.


27 aprile 2015

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