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Giornalista

Detenuto suicida, le mele marce e la salute del cestino

Antefatto: un detenuto appresa la notizia di essere stato definitivamente condannato all’ergastolo per l’omicidio di un vicino di casa si suicida in carcere. Sul sito del sindacato di Polizia penitenziaria Alsippe appaiono commenti del seguente tenore: “uno di meno, evviva”.

La questione si può analizzare da più punti di vista, il più superficiale dei quali, e d’acqua torbida si parla anche in superficie, è la mancanza dei freni inibitorii a sorvegliare le parole pubbliche. Segue corollario sul fatto che non ci si rende conto che le parole sono pietre tirate alla divisa che si porta prima di tutto: una lapidazione del Corpo che si rappresenta oltre che della dignità della morte offesa.

Ma appunto quella è superficie. Va dato merito al fatto che il Dap e il ministero della Giustizia si siano attivati subito e che tutte le altre sigle sindacali abbiano preso le distanze, resta il fatto che chi si preoccupa di rimuovere le mele marce deve preoccuparsi anche del resto del cestino. Si tratta di analizzare a fondo l’ambiente culturale nel quale tutte le mele maturano, per capire in quale sostrato metta radici l’assenza di senso dello Stato che si esprime in quelle frasi a sproposito. Si tratta - ed è un problema che riguarda anche altri Corpi se è vero che si sono verificati i casi Cucchi, gli applausi agli agenti accusati di omicidio, le vicende di Bolzaneto - di verificare dall’interno senza false ipocrisie quanto comune sia il sentire cui solo pochi, per fortuna, danno voce.

Non si tratta di fare processi alle intenzioni o alle idee ma di studiare la cultura che alberga dentro ai Corpi, per prevenirne le degenerazioni, perché non è dato che anche un solo agente rappresenti lo Stato di diritto senza aver chiaro che cosa sia il diritto, e magari calpestandone i principi come queste frasi fanno. Di più, si tratta di capire se simili espressioni siano spia di sentimenti isolati o se invece nascano da un malinteso spirito di Corpo. Si tratta di capire quanti siano a considerare il monopolio della forza legittima conferito dallo Stato alla loro divisa come una licenza in bianco a menare fendenti (a parole o a fatti). Perché se quel sentire – magari celato dal mordersi la lingua o le dita prima di farle correre sulla tastiera – fosse (poco o tanto) diffuso bisognerebbe ripensare daccapo la cultura dentro la quale la Polizia penitenziaria, in questo caso, e le forze dell’ordine in generale si pensano e dunque si formano.

Se, invece, quel sentimento degenere fosse figlio – come probabilmente è -  di un’esasperazione che, esacerbata da una quotidianità sempre più difficile, “disumanizza” le persone  fino a renderle incapaci di tenere presente in ogni azione il senso di ciò che fanno e di ciò che rappresentano, quell’esasperazione va prevenuta alla fonte, a cominciare dalle condizioni in cui le persone vengono messe ad operare.

Primo perché un Paese sregolato come il nostro non può permettersi il lusso di perdere la fiducia nelle istituzioni cui affida il rispetto del regole e, peggio, di farlo con la complicità di persone che quelle istituzioni rappresentano. Secondo perché limitarsi a curare rimuovendo le mele marce significa non prevenire e dunque minare non soltanto la salute della parte sana (si spera largamente maggioritaria) del cestino, ma anche attentare alla salute (per molte ragioni già malferma) del nostro Stato di diritto, cioè del luogo giuridico che distingue la nostra legge da quella della giungla e dal far west.

 


19 febbraio 2015

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