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domenica 14 agosto 2022
 
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Cardinale arcivescovo e biblista

Dio è Spirito

Salimbeni Lorenzo (1374 ca. - 1420 ca): La Samaritana, Eremo di Lecceto.
Salimbeni Lorenzo (1374 ca. - 1420 ca): La Samaritana, Eremo di Lecceto.

"Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità"
(Giovanni 4,24)

Il pozzo è profondo 32 metri ed è circondato dalle pareti di una chiesa ortodossa che non fu mai completata. Su di esso si ergono i due monti noti anche alla Bibbia che li ha evocati in senso simbolico, il verdeggiante Garizim, segno di benedizione, e il pietroso Ebal, emblema di maledizione (Deuteronomio 27). Il primo era divenuto anche il monte sacro dei Samaritani che su di esso celebrano ancor oggi la loro Pasqua. A quel pozzo, posto a valle e attribuito al patriarca biblico Giacobbe, sosta in un caldo giorno estivo Gesù e il celebre inno Dies irae alluderà proprio a quella pausa che Cristo si concede, mentre i suoi discepoli si sono diretti al vicino villaggio di Sicar per trovare cibo, e la tramuta in un simbolo: Quaerens me sedisti lassus, eri seduto stanco là, col desiderio di cercarmi...

Ed effettivamente una persona s’avanza in quel mezzogiorno assolato: è una donna di quella comunità eterodossa che ancor oggi sopravvive nella vicina città di Nablus, una samaritana. Sappiamo tutti – sulla base dello straordinario racconto del capitolo 4 di Giovanni – la piega che prende quell’incontro tra Gesù e la donna dalla vita sentimentale piuttosto movimentata. L’acqua di quel pozzo diviene un alto segno spirituale: «Chiunque beve di quest’acqua, di nuovo avrà sete. Ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete. Anzi, l’acqua che gli darò diverrà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (4,13-14).

Il dialogo, però, acquista un’ulteriore svolta. Tende ora verso l’infinito mistero di Dio e verso la relativa conoscenza e adesione da parte dell’uomo. Le parole di Cristo si fanno ancor più solenni: «È giunto il tempo in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (4,23). Ed è a questo punto che viene offerta quella definizione di Dio e del credente che costituisce il frammento da noi proposto: «Dio è spirito» e l’atteggiamento profondo del fedele è quello dell’adorare in «spirito e verità». Dobbiamo subito spazzar via un’interpretazione “spiritualistica” e intimistica che, come non di rado è avvenuto, ha dato origine a una religiosità di stampo individuale, interiore, misticheggiante, fin esoterico.

Secondo questa concezione, il vero credente è colui che adora Dio stando in contemplazione davanti all’architettura del tempio cosmico, oppure nel più modesto spazio della sua camera e incontra il suo Signore nella sua coscienza che alla fine risulta il tempio autentico in cui Dio risiede. Pur essendo suggestiva, questa visione non spiega la genuina concezione del Gesù giovanneo. «Spirito e verità» sono intrecciati tra loro al punto di essere quasi sinonimi. Lo «Spirito» è il comunicarsi di Dio che ha in Cristo la sua espressione perfetta, e la «verità» è la Parola divina che lo stesso Cristo annunzia. In questa linea va la dichiarazione che fa san Paolo: «Il Signore [cioè Cristo] è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà» (2Corinzi 3,17).

Senza negare lo Spirito Santo Paraclito, viene presentato Cristo nella sua funzione di rivelatore perfetto del Padre e della sua parola: «Dio nessuno l’ha mai visto, ma il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Giovanni 1,18). La fede e il culto cristiano sono, quindi, l’adesione viva e piena alla persona di Cristo, al suo Vangelo, alla sua offerta di comunione: «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete ciò che volete e vi sarà dato» (Giovanni 15,7). Ed essere in Cristo è essere in Dio: «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità » (Giovanni 17,23).


24 marzo 2011

 
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