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mercoledì 13 novembre 2019
 

Domenica 10 novembre - Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo

Lettura del Vangelo secondo Matteo (25,31-46) - 

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna». 

Dalla Parola alla vita

Quante volte ci sarà capitato di soffermarci davanti a una riproduzione del Giudizio universale che Michelangelo ha affrescato nella Cappella Sistina, magari abbiamo avuto anche la possibilità di vederlo dal vero: è una scena bella e insieme impressionante. Vedere il Vangelo in una scena dipinta, a volte è più efficace che leggerlo su di un testo scritto, ma nella solennità di oggi, Cristo Re dell’Universo, la scena che l’evangelista Matteo ci dipinge ha un’uguale forza espressiva.

Colui che siede sul trono è il Signore risorto e il giudizio è rappresentato come una separazione, simile a quella che il pastore opera per distinguere nel suo gregge le pecore dalle capre. Ogni divisione comporta una discriminazione, ma se questa parola nella lingua italiana ha sempre un suono sinistro, in realtà discriminare significa semplicemente distinguere, fare una distinzione. Ecco allora il punto: qual è il criterio di questa distinzione, quale sarà l’elemento chiave del giudizio che il Signore opererà sulla nostra vita e sulle nostre scelte?

Si tratta di un “esame finale” del quale ci è già stata rivelata la domanda, l’unica con la quale dovremo confrontarci, dunque dovrebbe essere abbastanza agevole superare l’esame, ma le cose non sono così semplici. Il racconto evangelico ci suggerisce che in quel momento ci saranno molte sorprese, sia tra chi riceverà l’eredità del Regno preparato da Dio, sia tra coloro che ne saranno esclusi. Potremmo tradurre la domanda in modo semplice e diretto: cosa hai fatto tu quando io ho avuto fame o sete, quando ero straniero, nudo, malato o carcerato? Dunque il Signore non ci chiederà quali analisi sociologiche abbiamo fatto, o se abbiamo partecipato a un dibattito, neppure se avremo firmato una petizione, ci chiederà semplicemente: perché non mi hai accolto? Perché hai fatto finta di non vedermi o hai cominciato a giudicarmi male? Ma saremo sopresi perché non ci ricorderemo neppure di aver avuto simili atteggiamenti verso il Signore; forse lo ricorderemo verso gli stranieri o chi ha sbagliato, verso i poveri o coloro che hanno fallito, ma non verso il Signore.

La sorpresa sarà anche per chi invece avrà avuto l’atteggiamento contrario, perché a motivo di un po’ di umanità, magari senza grandi ragioni religiose o filosofiche, si è lasciato toccare il cuore dal bisogno di qualcuno e senza porsi altre domande, ha provato a rispondere a quel bisogno, prendendosi cura di una persona perché persona. La regalità di Cristo ha qui la sua radice: il suo regnare è segnato dalla misericordia, dalla compassione, dalla capacità di chinarsi sulle nostre ferite per fasciarle e guarirle. Questo è il vero potere del Signore risorto, la forza della sua regalità. Ogni volta che ne seguiamo l’esempio siamo davvero suoi discepoli, ogni volta che siamo capaci di un gesto di amore e di attenzione, anche piccolo, stiamo realizzando il Regno e stiamo accogliendo il Signore nella nostra vita, aprendo la porta ai poveri e agli ultimi. Che ne siamo consapevoli o no, poco importa.


08 novembre 2019

 
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