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Domenica 15 febbraio - Ultima dopo l’Epifania, detta “del perdono”

Lettura del Vangelo secondo Luca (18,9-14)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Dalla Parola alla vita

Dobbiamo innanzitutto conoscere bene le persone – il fariseo e il pubblicano – che Gesù ha preso come esempio per la parabola che oggi meditiamo. Sappiamo che il fariseo è l’osservante preciso e attento della Legge: non per formalismo, ma perché ritiene, in questo modo, di entrare in rapporto con Dio; è convinto di amare Dio osservando scrupolosamente la Legge; però sappiamo che questo, invece di avvicinarlo, lo allontana dal prossimo: «Perché non sono come gli altri uomini», dice tra sé.

Il pubblicano è furbo e vive per i soldi e per amore dei soldi; non gli importa del disprezzo dei suoi connazionali, mentre è ossequioso verso l’odiato (dal popolo) occupante romano; la parabola coglie il pubblicano in uno dei rari momenti in cui si rende conto delle sue mascalzonate e non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batte il petto; rannicchiato in un angolo del tempio esclama: «O Dio, abbi pietà di me peccatore».

Letta così la parabola, non abbiamo dubbi da che parte stare: ci sentiamo tutti come il pubblicano. Ma, dobbiamo chiederci: la nostra vita spirituale vive gli stessi atteggiamenti del pubblicano? Pongo a questo proposito delle domande, per permetterci un esame di coscienza in preparazione alla Quaresima.

Innanzitutto mi chiedo con quale atteggiamento vivo la fede. Può essere che io la viva come un “possesso” di cui vantarmi e non come un dono immeritato che supera ogni mio desiderio. La fede è un dono; il fariseo non l’ha capito. Vive una grande fede ma come un “possesso” di cui vantarsi. Non debbo “usare” la fede, ma ogni giorno debbo ringraziare di averla. Ciò che allontana il fariseo dalla giustizia di Dio («chiunque si esalta sarà umiliato») è il suo rapporto con la Legge. La sua osservanza lo “esalta” e pensa di poter meritare e pretendere la salvezza; il fariseo va da Dio vantandosi di essere giusto per le opere che compie. Gesù ci dice che la Grazia, cioè il dono dello Spirito Santo, non si merita con le opere buone, ma è un puro Dono che la misericordia del Padre fa a un peccatore pentito («O Dio, abbi pietà di me peccatore»). Io non arrivo a Dio perché “faccio il bravo”, ma “faccio il bravo” perché Dio è arrivato fino a me. Molta formazione cristiana è malata di “volontarismo”, una malattia grave che colpisce la fede.

Il fariseo guarda gli altri dall’alto in basso, proprio in nome del suo amore verso Dio. La verifica della buona salute della mia fede posso farla mettendo sotto osservazione il mio atteggiamento verso gli altri: considero gli altri superiori a me? Mi batto il petto, con la convinzione di essere peccatore? E se so di essere un peccatore, perché tendo a giudicare gli altri?

Domenica prossima inizia la Quaresima; sarà bene, rileggendo la parabola di oggi, che mi metta in ginocchio pregando così: «Dio abbi pietà di me perché sono un gran peccatore». Questa preghiera guarisce la fede farisaica e fa gustare la gioia del Vangelo.

 

Commento di don Luigi Galli


12 febbraio 2015

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