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venerdì 15 novembre 2019
 

Domenica 17 luglio - IX dopo Pentecoste


Lettura del Vangelo secondo Matteo 22,41-46


In quel tempo. Mentre i farisei erano riuniti insieme, il Signore Gesù chiese loro: «Che cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?». Gli risposero: «Di Davide». Disse loro: «Come mai allora Davide, mosso dallo Spirito, lo chiama Signore, dicendo:
Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi? Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?». Nessuno era in grado di rispondergli e, da quel giorno, nessuno osò più interrogarlo.


Dalla Parola alla vita

Il brano odierno del Vangelo di Matteo ci mostra Gesù che partecipa a una “riunione” di farisei. Essi hanno organizzato questo incontro proprio per Gesù, perché era giunta loro la notizia che egli aveva messo a tacere i sadducei, gruppo sacerdotale di cui i farisei erano nemici (Matteo 22,34-40). Il significato e le circostanze di questo brano ci suggeriscono alcune riflessioni.

1. «Che cosa pensate del Cristo?»
. Gesù interroga i farisei: «Che cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?». È una domanda apparentemente semplice; infatti la risposta dei farisei è immediata. Ma Gesù riprende la risposta e la corregge con un’altra domanda; a questo punto i farisei ammutoliscono. Immaginiamo che la domanda di Gesù sia rivolta a noi: come sarebbe la nostra risposta? Forse abbiamo anche noi la risposta pronta, ma dobbiamo chiederci da dove nasce.
Ci sono due pericoli grandi che insidiano la “salute” della fede: l’intellettualismo e il sentimentalismo. Nel primo caso la risposta potrebbe essere formalmente corretta, ma fredda; nel secondo caso potrebbe essere appassionata, ma poco fondata nel sapere della fede. La fede nasce dalla sapienza del cuore, dove ragione e sentimento sono uniti dall’incontro vivo con il Signore; tutti noi sappiamo che i discorsi che non “muovono” il cuore non incidono nella realtà della vita. D’altra parte una fede solo emotiva, nostalgica o sentimentale, non sa dire le ragioni per le quali crede e, soprattutto, non sa annunciare i contenuti del Vangelo. La fede non si nutre solo di libri, ma anche di preghiera; d’altra parte se non si leggono i libri che parlano della fede, essa resta muta e senza parole. Una fede malata, o perché solo intellettuale o perché abbandonata al sentimento, non può sopravvivere.

2. Credo per amare e amo per credere. San Paolo era un fariseo ben istruito nelle Scritture, ma questo non lo ha portato a riconoscere Gesù come Messia finché non lo ha incontrato e amato. Lo stesso vale per noi, la fede porta alla carità e la carità fa maturare la fede: «Signore, io credo in te perché ti amo e, amandoti, voglio conoscerti sempre meglio per amarti di più». La circolarità tra fede e amore è indispensabile per una fede matura; appaiono chiari i compiti della fede: conoscere per amare e amare per conoscere. La tradizione spirituale cristiana ha elaborato infinite modalità e percorsi che hanno permesso a milioni di cristiani di avere una fede bella e adulta. Per semplicità, si possono richiamare i punti fondamentali che creano unità tra fede e carità: preghiera liturgica e personale, lettura quotidiana della Parola, Eucaristia e Riconciliazione; prendendo coscienza di un dato essenziale: il cammino della fede fa nascere la Chiesa nel cuore dei credenti; la fede non è mai un fatto individuale. La natura della fede-carità è quella di essere un amore sponsale con Gesù; ma la sposa di Gesù è la Chiesa. Vivere con intensità e intelligenza un amore pieno con Gesù fa scoprire, ogni giorno, che la Chiesa è la sua sposa.

Commento di don Luigi Galli


14 luglio 2016

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