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venerdì 10 luglio 2020
 

Domenica 23 settembre - IV dopo il martirio di san Giovanni il precursore

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (6,41-51)

In quel tempo. I Giudei si misero a mormorare contro il Signore Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
   

Dalla Parola alla vita

«Alzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Sono le parole che il profeta Elia, stanco e oramai senza più speranza, si sente dire da un angelo che lo scuote dal suo torpore e lo invita a ripartire. Il grande profeta si trova in mezzo al deserto, in una crisi molto forte e addirittura invoca su di sé la morte, ma l’angelo gli indica invece qualcosa di importante: una nuova prospettiva, un nuovo tratto di cammino che lo attende e per questo gli offre il cibo necessario: un pane e un orcio d’acqua.

Elia faticosamente si lascia smuovere, per due volte l’angelo ritorna e alla fine il profeta si rimette in marcia e, dice il testo del primo libro dei Re, «con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti, fino al monte di Dio, l’Oreb». Elia non ha più forze e dunque quel cibo speciale, che Dio stesso gli ha procurato, gli dona la forza necessaria per quel cammino che, con il suo numero simbolico di quaranta giorni e quaranta notti, ricorda il cammino dell’esodo e più in generale il cammino stesso della vita umana, che si conclude con l’incontro con Dio.

Ecco allora il messaggio di questa domenica: la vita spesso ci mette nelle condizioni di dover affrontare fatiche e crisi che ci mettono a dura prova, da soli non ce la possiamo fare. Dobbiamo fare i conti con i nostri limiti, le nostre fragilità, il dubbio e lo scoraggiamento. È il Signore che in questi momenti ci offre il cibo necessario, ciò che è in grado di restituirci le forze fisiche e spirituali, il coraggio e la fiducia nel futuro.

Ma questo cibo ha un nome, e anche oggi il Signore ce lo mette a disposizione tutte le volte che lo desideriamo, tutte le volte che le forze ci vengono a mancare. Dice il Signore Gesù: «Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti... Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Il pane che Elia ha ricevuto in dono nel deserto è il simbolo di quel pane che il Signore Gesù ci dona per sostenere la nostra debolezza, ma è anche promessa e anticipo di vita eterna. Noi mangiamo per stare in piedi, per non morire, ma il pane che Gesù ci offre, il pane che è lui stesso, diviene promessa di vita eterna.

Questo ci fa capire perché, fin dall’inizio, la Chiesa ha sentito l’importanza di celebrare la cena del Signore, l’Eucaristia, e che questo, come ci ricorda san Paolo nella prima Lettera ai Corinzi, è una “tradizione”, cioè qualcosa che viene trasmesso attraverso i secoli e che è arrivato fino a noi. Le stesse parole di Gesù dell’ultima cena, che i cristiani hanno usato venti secoli fa, sono le stesse che sono arrivate fino a noi e che noi ancora oggi utilizziamo, obbedendo alla parola di Gesù che ha detto: fate questo in memoria di me.

In ogni Messa il Signore si fa dono per noi, nel pane e nel vino, così possiamo riprendere il cammino e continuare l’esodo della nostra vita, fino all’incontro pieno e definitivo con lui, fino al “monte Oreb”.

Commento di don Marco Bove


20 settembre 2018

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