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sabato 11 luglio 2020
 

Donare un po’ del proprio sangue è un atto di amore

Ho letto con interesse le lettere delle due giovani lettrici sulla necessità del dono del sangue e della gioia che ne deriva. Condivido pienamente, sia come donatore (con molte donazioni all’attivo), sia come presidente dal 1980 della sezione di un paese del Piemonte. Donare il sangue è una necessità: per assicurare le cure agli emofiliaci, per i trapianti degli organi, per curare gli ustionati, per ricavare dal plasma i cosiddetti farmaci salvavita. Donare un po’ del proprio sangue dovrebbe essere considerato un atto di civiltà e un dovere morale per chi è in buona salute. Recarsi, almeno una volta all’anno, in una struttura del Paese dovrebbe essere sentito come un atto d’amore verso chi manca di qualcosa d’importante, senza aspettare che ci sia l’amico incidentato o il “vip” di turno che si ammala per vincere la ritrosia o l’indifferenza e varcare la soglia di una sala prelievi! E poi quale gioia, quando arriva il referto che ci assicura che godiamo di ottima salute e, quindi, siamo idonei al dono. Ogni giorno, in Italia, migliaia di persone sopravvivono grazie a un gesto così semplice ma così importante. Non indugiamo, perché “certe cose” non accadono solo agli altri. Gli “altri” siamo anche noi.

 UN DONATORE DI SANGUE 

Non ci sarebbe nulla da aggiungere a questa lettera sulla “cultura del dono” tanto è credibile il “pulpito” da cui proviene. Non si tratta di vuote parole. L’invito a essere donatori di sangue ce lo rivolge chi le donazioni continua a farle e anche numerose. Il “volontariato del sangue” è strettamente connesso al tema della misericordia, come amore verso il prossimo. L’ha ricordato papa Francesco ricevendo migliaia di donatori Avis e di altre associazioni: «Dobbiamo sempre portare quella carezza di Dio a quelli che hanno bisogno, a quelli che hanno una sofferenza nel cuore».

Foto: Ciro Fusco/Ansa


03 novembre 2016

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