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martedì 16 luglio 2024
 

Donne e Chiesa verso nuovi equilibri? Forse, ma che fatica...

Caro don Stefano,

mi fa pensare molto questo versetto del Vangelo di Luca: «Maria serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (2,19). Un testo che rispecchia quanto debba essere stata difficile la vita di Maria. Me la immagino come una donna intelligente, acuta, pacata che abbia cresciuto un figlio che era per lei un mistero. E che negli ultimi anni di vita per quel figlio ha molto sofferto, vedendo quanto era osteggiato quando andava nei villaggi e per le città a portare il suo messaggio d’amore.

Guardo questa donna e vedo quanto la Chiesa di oggi abbia dato spazio ai pacati silenzi di tante donne che hanno saputo aspettare il tempo opportuno, proprio come Maria. Tante volte ho avuto modo di ascoltare o di leggere interessantissimi approfondimenti di teologhe o vedere delle suore guidare esercizi spirituali. Da quando, poi, papa Francesco ha aperto anni fa il lettorato e l’accolitato alle donne, è bello vederle vestite di bianco che si muovono intorno all’altare o mentre proclamano la Parola di Dio.

Nello specifico, una volta su richiesta del vescovo il mio parroco, ospitando in parrocchia il presbiterio della sua zona pastorale, mi ha chiesto di portare una riflessione sul Vangelo della domenica successiva. Quale sorpresa! Un vescovo e dei sacerdoti che desiderano ascoltare una madre, moglie, professionista in tutt’altro campo, che desiderano aprirsi a una sensibilità e a visione sicuramente diversa da quella a cui sono abituati. Un gesto semplice ma che nasconde un enorme significato.

In tutto questo non sento di aver vinto una battaglia o di aver ottenuto finalmente dei diritti che nella Chiesa ci erano stati negati. C’è la gioia di veder sbocciare i frutti che lo Spirito Santo dona a ciascuno di noi e insieme a Maria di avere il coraggio e la forza di aspettare i tempi e le strade che dobbiamo percorrere.

SILVIA MASSINI

Cara Silvia,

grazie della tua testimonianza, che dice di una Chiesa che piano piano sta cercando di “smaschilizzarsi”, come dice papa Francesco. Trovo molto bello che il tuo parroco ti abbia dato la possibilità di “spezzare” la Parola davanti ai sacerdoti della tua zona pastorale. Come dici tu, avviene sempre più spesso che donne, sposate e consacrate, predichino esercizi spirituali e scrivano testi di spiritualità e teologia. Oggi in numero sempre più grande accedono alla formazione teologica, una volta riservata ai maschi in vista del sacerdozio. Papa Francesco a tal proposito ha avuto parole illuminanti in un meeting sulla protezione dei minori nella Chiesa:

«Invitare a parlare una donna […] è invitare la Chiesa a parlare su sé stessa […]. La donna è l’immagine della Chiesa che è donna, è sposa, è madre. Uno stile. Senza questo stile parleremmo del popolo di Dio come organizzazione ma non come famiglia partorita dalla madre Chiesa».

La tua esperienza mi dà lo spunto per dire qualcosa sulla questione femminile nella Chiesa. Occorre considerare anzitutto che la Chiesa cattolica è una delle istituzioni antiche in cui molto più che in altre è presente la memoria delle donne. Pensiamo a Chiara d’Assisi, Ildegarda di Bingen, santa Teresa della Croce, maestra Tecla Merlo e centinaia di altre: hanno creato comunità, dato vita a esperienze spirituali e forme di missione che si tramandano fino a oggi e che sono parte del tesoro della sacra Tradizione.

Esiste nella Chiesa una storia al femminile! E possiamo dirlo con sano orgoglio. La Chiesa cattolica è formata in grande maggioranza da donne – settanta/ottanta per cento come frequenza a Messa, ma anche come catechiste, operatrici pastorali, servizi vari – ma contano poco. La questione di genere non riguarda, infatti, solo il mondo del lavoro (retribuzioni più basse per le donne, posizioni apicali riservate in percentuale maggiore agli uomini) o la partecipazione alla politica attiva (inferiore a quella degli uomini) e altri settori della società, ma anche la Chiesa.

E non mi riferisco solo alla questione del sacerdozio e del diaconato femminile, su cui le cose sono per ragioni diverse ferme e sulle quali c’è attrito fra le sue varie anime, ma su come viene gestito concretamente il potere nello spazio ecclesiale e, ancora più in profondità, su come dobbiamo ripensare nella Chiesa il maschile e il femminile. È vero che, in controtendenza e a mo’ di esempio, papa Francesco sta dando ad alcune donne posti di responsabilità nella Curia romana, a volte anche in posizioni superiori ai vescovi. Ma cosa succede in quelle vescovili, nelle parrocchie, nelle famiglie religiose miste? Quale visione di Chiesa incarnano, quella gerarchica tridentina o quella comunionale del Concilio Vaticano II?

C’è una questione che riguarda, dunque, la gestione del potere e su cui la teologia femminista sta lanciando sane provocazioni (si legga ad es. l’intervento di Lucia Vantini nel libro Smaschilizzare la Chiesa? Paoline). Ma esiste anche chi, da donna, legge il desiderio di cambiamento nella Chiesa in chiave antropologica e culturale, vedendo il femminile come antidoto all’efficientismo maschile, molto presente nella Chiesa, che a lungo andare svuota l’essere umano, che invece ha bisogno di recuperare la sua costituzione relazionale. La solitudine di tanti sacerdoti ne è una evidente spia.

È il caso di Gabriella Gambino, sottosegretaria per la Famiglia e la Vita del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, che in una tavola rotonda all’Università della Santa Croce ha messo in evidenza come l’originalità femminile è chiamata ad arricchire in modo significativo la Chiesa con quello che Giovanni Paolo II chiamava il “genio femminile”, il cui proprium è di essere, come appunto dice papa Francesco, sposa e madre. «Che non sono due modalità vecchie e “ancillari” di pensare la donna, condannandola a una condizione servile nella Chiesa oltre che nel mondo», ha precisato, «ma capacità relazionali costitutive potenti, in grado di introdurre nel mondo uno sguardo di comprensione e traduzione della realtà, differente e originale rispetto all’uomo».

Questo pensiero non si risolve in termini di contrapposizione, dunque, ma di alleanza:

«È la dimensione sponsale a rendere l’uomo e la donna costitutivamente capaci di relazione, sinergia, collaborazione e comunione».

Gambino aggiunge che «la donna, ben più dell’uomo, in virtù della sua intrinseca capacità generativa e materna di “dare alla luce” e di farsi carico di questo dare alla luce, è in grado di far presente al mondo quella necessaria relazione di collaborazione e corresponsabilità tra uomo e donna, che deve potersi manifestare anche nella Chiesa».

Quali nuovi equilibri cercare, in altre parole, tra il prete e le figure femminili che lo aiutano a generare nella fede la comunità cristiana loro affidata? La dimensione sponsale riguarda la capacità di dare amore e di donarsi, realtà che caratterizza ogni persona umana e che deve trovare spazio, in modalità nuove da sperimentarsi con grande capacità creativa, nella Chiesa. Qui il termine “sponsalità” assume, in analogia con il matrimonio, una valorizzazione reciproca dei carismi femminili e maschili in vista della generatività nella missione.

Ne va della fecondità della Chiesa; ne va del benessere delle persone. Ne va del nostro futuro.


04 luglio 2024

 
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