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Giornalista

Due parole sulla libertà di espressione

In questi giorni sono stati molti i commenti dei lettori perplessi in merito ai cartelli "Je suis Charlie". Molti hanno sentito il bisogno di prendere le distanze dallo stile espressivo e dai contenuti di Charlie Hebdo, altri hanno discusso il nostro associare Charlie Hebdo al concetto di libertà di espressione. Per rispondere a questi commenti è forse opportuno provare a riflettere un po' per chiarire alcuni aspetti, a cominciare dal fatto che difendere il principio della libertà di espressione è cosa diversa dall'identificarsi con tutti i contenuti e le modalità che nello spazio di quel principio si riversano.   

Potremmo immaginare la libertà di espressione come uno spazio e visualizzarla come una stanza alla quale confluiscono tanti corridoi quante sono le nostre differenti convinzioni. Difendere quello spazio significa prevenire il rischio che qualcuno, in fondo a un corridoio, chiuda arbitrariamente la porta in faccia a un altro, impedendogli l'accesso alla stanza in ragione delle sue idee. Fare quadrato attorno alla stanza significa salvaguardare il diritto di ciascuno di esprimere, dentro quello spazio, le proprie convinzioni senza timore di essere perseguito per quelle, siano esse religiose, areligiose, antireligiose o d'altro argomento.   

E' evidente che ognuno di noi, esprimendosi in quello spazio in cui si dice tutto e il contrario di tutto, condividerà alcune delle idee lì dentro sostenute e ne avverserà altre, che apprezzerà alcuni toni e si sentirà respinto da altri: è il prezzo da pagare alla libertà di ciascuno. Difendere quello spazio significa accettare, in nome di un diritto di libertà, anche il rischio collaterale che qualcuno si senta offeso dalle opinioni altrui o dal modo con cui sono espresse. Difendere il principio e accettare il rischio non vuol dire gradire il trionfo dell'offesa e avversare la conquista del reciproco rispetto, semmai affermare, qui sì senza possibilità di negoziazione, il principio per cui l'eventuale offesa può trovare composizione e risarcimento unicamente nello spazio condiviso e codificato del diritto - negli ordinamenti europei esistono vari e diversi limiti di legge alla licenza di offendere -, mai in quello arbitrario della vendetta e del ricorso alle armi.  

Non solo, presidiare quel principio di democrazia - basilare nel diritto sovranazionale europeo - significa prevenire il rischio che qualcuno un domani vicino o lontano arbitrariamente, rimettendo in questione diritti fondamentali, rivendichi il potere di discriminare persone in ragione delle loro convinzioni - maggioritarie o minoritarie che siano -, come è avvenuto ottant'anni fa con le leggi razziali contro gli ebrei in Germania, in Italia, a Vichy, ma anche con l'ateismo di Stato dell'Unione sovietica e come ancora accade in luoghi del mondo in cui vigono religioni imposte e conversioni forzate.   

Per quanto paradossale possa sembrare, riconoscere la libertà di espressione altrui, e con essa le regole della democrazia, significa anche salvaguardare specularmente il proprio diritto a dissentire da quella opionione, rivendicare la possibilità di affermare liberamente il proprio pensiero in contrapposizione a quello ugualmente libero, ma contrario, di altri, fossero anche la maggioranza. Per questo oggi per molti proclamarsi Charlie non significa necessariamente  riconoscersi  nei contenuti e nei toni di Charlie Hebdo, e neppure manifestare una generica solidarietà con le vittime, ma difendere il diritto di Charlie Hebdo di esprimersi e quello degli altri di condividere o di dissentire, anche pubblicamente, senza timori.

Difendere quello spazio significa riaffermare che quello spazio per noi è acquisito, tanto è vero che lo abitiamo, forse anche senza avvedercene, dibattendo in questo sito.


14 gennaio 2015

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