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domenica 26 giugno 2022
 

É giusto lasciare l'Ucraina inerme o è meglio inviare armi nel Paese?

Sono abbonato da tanti anni a Famiglia Cristiana, che considero il settimanale più completo e obiettivo. È la prima volta che scrivo a un giornale, ma sono spinto da un certo turbamento procuratomi dall’articolo di monsignor Giovanni Ricchiuti, che è apparso sul numero dello scorso 3 aprile. Non è una critica, ritengo normale che un evento drammatico come la guerra possa suscitare riflessioni diverse e magari contrastanti, che un confronto sereno riesce però a comporre. La frase che mi ha “messo in crisi” è la citazione della Costituzione italiana che ripudia la guerra. In verità, come ha spiegato l’intervista a Renato Balduzzi nello stesso numero, la Costituzione stabilisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La guerra “di difesa” è invece prevista e ampiamente regolamentata. Accanto a questo parere credo, però, che sarebbe molto utile, per i cattolici come me, avere un parere altrettanto chiaro dal punto di vista della morale della nostra religione. In altre parole, se la loro patria è aggredita, i cattolici possono difendersi con le armi o devono soltanto erigere barricate? E tornando all’articolo di monsignor Ricchiuti, se Putin è un criminale, se la Nato ha sbagliato a vendere le armi e se nessuno (aggiungo io) è senza peccato, allora si deve lasciare l’Ucraina inerme? FRANCESCO BOTTA

Gentile direttore, leggo sempre con interesse la rivista e solitamente ne condivido la linea editoriale. Le considerazioni del presidente di Pax Christi, monsignor Ricchiuti, a proposito della guerra, della produzione e della vendita di armi in generale mi trovano completamente d’accordo, anche se non so che cosa penserei e come mi comporterei se fossi in una città dell’Ucraina o se dovessi votare in Parlamento l’invio di materiale bellico per la difesa di un Paese attaccato ingiustamente e che rischia l’annientamento. Le osservazioni a proposito della Nato, invece, non mi sembrano altrettanto condivisibili. Si può discutere sull’opportunità o meno che questa organizzazione continui a sussistere, si può Lasciare l’Ucraina inerme? Voterei per l’invio di armi a quel Paese?Sono abbonato da tanti anni a Famiglia Cristiana, che consi-dero il settimanale più completo e obiettivo. È la prima volta che scrivo a un giornale, ma sono spinto da un certo turbamento procuratomi dall’artico-lo di monsignor Giovanni Ricchiuti, che è apparso sul numero dello scorso 3 aprile. Non è una critica, ritengo normale che un evento drammatico come la guerra possa suscitare rifles-sioni diverse e magari contrastanti, che un confronto sereno riesce però a comporre. La frase che mi ha “messo in crisi” è la citazione della Costituzione italiana che ripudia la guerra. In verità, come ha spiegato l’intervista a Renato Balduzzi nello stesso numero, la Costituzione stabilisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La guerra “di difesa” è invece prevista e ampiamente regolamentata. Accanto a questo parere credo, però, che sarebbe molto utile, per i cattolici come me, avere un parere altrettanto chiaro dal punto di vista della morale della nostra reli-gione. In altre parole, se la loro patria è aggredita, i cattolici possono difender-si con le armi o devono soltanto erige-re barricate? E tornando all’articolo di monsignor Ricchiuti, se Putin è un criminale, se la Nato ha sbagliato a vendere le armi e se nessuno (aggiun-go io) è senza peccato, allora si deve lasciare l’Ucraina inerme? FRANCESCO BOTTA

Gentile direttore, leggo sempre con interesse la rivista e solitamente ne condivido la linea editoriale. Le considerazioni del presidente di Pax Christi, monsignor Ricchiuti, a proposito della guerra, della produzione e della vendita di armi in generale mi trovano completamente d’accordo, anche se non so che cosa penserei e come mi comporterei se fossi in una città dell’Ucraina o se dovessi votare in Parlamento l’invio di materiale bellico per la difesa di un Paese attaccato ingiusta-mente e che rischia l’annientamento. Le osservazioni a proposito della Nato, invece, non mi sembrano altrettanto condivisibili. Si può discutere sull’opportunità o meno che questa organizzazione continui a sussistere, si può auspicare che un giorno non ce ne sia più bisogno e si può sperare che non debba mai utilizzare il suo arsenale militare, ma non credo che si possa venir meno a impegni già presi in un’alleanza, che ci vincola ma che anche ci tutela, e invocare per questo il popolo sovrano. Nel contesto attuale, inoltre, le responsabilità della Nato, ammesso che ci siano, non mi sembra che possano essere messe sullo stesso piano con quelle di chi questa guerra l’ha voluta. ARIELLA BOFFI

La guerra è un’inutile strage. Sempre. Ma non per tutti. Verosimilmente, nel momento dell’invasione russa, qualcuno si sarà sfregato le mani, pensando al proprio conto corrente. Pur non arrivando a tali scelleratezze, se oggi stesso, si arrivasse all’armistizio, chi ci avrebbe guadagnato? A chi giova questa guerra? Ovviamente, ai produttori e ai commercianti d’armi, ma anche al settore dei carburanti fossili: gas, petrolio e perfino il carbone. Chi ci perde? Senz’altro tutta la povera gente. Non solo quella ucraina o russa, ma anche quella italiana. Infatti, i nostri governanti hanno deciso che si dovrà pagare di più in armi, anziché per la sanità, le pensioni, l’educazione, l’aiuto allo sviluppo e le manutenzioni di ponti e viadotti. DAVIDE PATUELL

Le notizie dell’invio di armi all’Ucraina da parte dei Paesi occidentali legati alla Nato – non ultima l’Italia, tra i maggiori fabbricanti di strumenti bellici al mondo –, che si susseguono in un preoccupante crescendo dall’inizio della guerra, provocano profondamente le nostre coscienze. Lo testimoniano queste tre lettere, scelte tra le tantissime arrivate in questi giorni su questo argomento e che danno l’idea di come sia complesso il tema dell’invio delle armi in Ucraina e come esso coinvolga vari piani. In ogni caso, interpretano bene il nostro sentire e il dramma interiore che viviamo in queste settimane. Esse mettono a confronto due beni che sembrano in contrapposizione tra loro: il ripudio della guerra e l’autodifesa del popolo ucraino.

Un conflitto di coscienza sembra, infatti, consumarsi nei nostri cuori: da un lato il rifiuto per l’uso delle armi e il ripudio della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra i popoli, a cui pareva giunta la nostra civiltà dopo i disastri della Seconda guerra mondiale. Questo nonostante le tante eccezioni di questi decenni: la Siria, l’Afghanistan e i tanti “conflitti dimenticati”, come ci ricorda il professor Riccardi. A questa posizione ha contribuito grandemente la Chiesa, con la sua azione per la pace grazie a tanti cristiani di buona volontà e al magistero dei Pontefici, che si sono levati contro la guerra definendola una “inutile strage” (fu Benedetto XV a coniare questa espressione nel 1917 durante la Prima Guerra Mondiale) o con appellativi simili.

Dall’altro lato, il nostro naturale immedesimarci nel popolo ucraino, vittima da quasi due mesi di un attacco violento, disumano, indiscriminato e ingiusto che sta causando migliaia di vittime innocenti, come del resto fa tragicamente ogni guerra che si combatte sotto il cielo. Le immagini crude che ci giungono da Bucha, Irpin, Borodyanka e dalla sta-zione di Kramatorsk – insieme a quelle che arriveranno (se mai arriveranno) da Mariupol, ben peggiori temo, una volta che la città sarà, come sembra, conquistata dall’armata russa –, ne sono tragica testimonianza. E, se possibile, segnano un punto di non ritorno nella guerra e nel nostro giudizio su Putin e la “sua” Russia. Dunque, cosa desidereremmo se fossimo nei panni degli ucraini?

Questa domanda deve trovare dentro ciascuno di noi una risposta. Se ci collochiamo sul piano dell’ordinamento giuridico dell’Italia repubblicana, l’articolo 11 della Costituzione, la cui prima stesura si deve alla “anima cattolica” della Costituente (in particolare Giuseppe Dossetti), il professor Balduzzi, nell’intervista pubblicata sul numero del 3 aprile, ci ricordava che esso esprime il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Essa, tuttavia, ammette che l’Italia possa appoggiare il diritto di autodifesa del popolo aggredito attraverso l’invio di armi. Questo, però, a condizione che esso sia funzionale alla difesa e non all’attacco e che sia proporzionato all’intensità dell’aggressione.

Una sorta di riconoscimento del diritto di autodifesa a favore del popolo aggredito. Lo consente l’articolo 51 della Carta dell’Onu, richiamata indirettamente nella seconda parte del-lo stesso articolo 11, che promuove e favorisce le organizzazioni internazionali che assicurano la pace e la giustizia fra le Nazioni. Fra queste, evidentemente, l’Onu, nonostante tutti i limiti che tale organizzazione internazionale presenta. Queste considerazioni, che si colloca-no sul piano del nostro ordinamento statuale, devono però fare i conti con la nostra coscienza cristianamente illuminata. Come sempre papa Francesco ci viene in aiuto. Il 24 marzo scorso, incontrando in Vaticano le rappresentanti del Centro italiano femminile, ha emesso un grido di dolore: «Io mi sono vergognato quando ho letto che non so, un gruppo di Stati si sono compromessi a spendere il due per cento del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso ... la pazzia, eh?

La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo, non facendo vedere i denti, ma un modo diverso di impostare le relazioni internazionali». Il Catechismo della Chiesa cattolica, al numero 2309, parla in effetti della possibilità di una legittima difesa mediante la forza militare ad alcune condizioni: se vi siano violazioni certe, gravi e prolungate dei diritti fondamentali; se ci sono stati previ tentativi di conciliazione; se non si provochino disordini peggiori; se vi è fon-data speranza di successo; se è impossibile intravedere ragionevolmente soluzioni migliori. Tuttavia, il magistero più recente di Francesco sembra superare tale posizione il n. 258 dell’enciclica “Fratelli tutti”, pubblicata il 3 ottobre 2020, infatti, mette in guardia da un’interpretazione troppo libera di questa norma, soprattutto in un tempo come il nostro in cui l’informazione viene manipolata e di fronte alla novità rappresentata dalle armi di distruzioni di massa (nucleari, chimiche e biologiche). E conclude così: «Mai più la guerra!».

Questa è la posizione del magistero della Chiesa. Poi c’è la coscienza personale di ciascuno, chiamata di fronte a Dio, nel suo sacrario inviolabile, a decidere nella situazione concreta come comportarsi. Monsignor Giovanni Ricchiuti, Presidente di Pax Christi, nell’editoriale citato dai nostri lettori, riprendendo Francesco di fronte al crescere della spesa in arma-menti (ormai molti Stati, Italia compresa, lo hanno deciso o comunicato), sottolineava le contraddizioni e le responsabilità dell’Occidente (pur, evidentemente, molto inferiori rispetto a quelle di Putin) e della Nato, che prima ha venduto le armi alla Russia e ora le regala agli ucraini. A tutto guadagno dei mercanti di morte, come ricorda Davide nella sua lettera. Sono testimonianza di questa posizione, fra le altre, la Carovana della pace, che ha raggiunto l’Ucraina il 3 aprile scorso, e la manifestazione pacifista a Genova del 2 aprile.

Ma c’è anche chi, legittimamente, ha fatto altre scelte: uno dei più grandi teologi del ’900, Dietrich Bonhoeffer, pur con un grande conflitto interiore, partecipò nel 1944 a un attentato contro Hitler. Il vescovo di Leopoli, monsignor Mieczyslaw Mokrzycki, che vive in mezzo alla sua popolazione stremata, nello scorso numero di Famiglia Cristiana rispondeva in modo affermativo sull’invio di armi. Per concludere: è giusto dare armi agli ucraini per difendersi? Ci sono altri modi in cui possiamo agire? Non credo che esista una risposta “giusta” e scevra da contraddizioni, in attesa – chissà? –, di una forza di interposizione dell’Onu. Mi chiedo, però: perché il carico crescente di sanzioni da parte dell’Occidente non tocca mai la vera parte decisiva, quella che finanzia di fatto la guerra di Putin, cioè le forniture di gas? Italia e Germania, fra le altre, si oppongono a una chiusura dei rubinetti per le gravi conseguenze che avrebbero sull’economia, già provata da due anni di pandemia, aprendo di fatto le porte a una grave recessione.

Se in questa guerra siamo coinvolti anche noi, non è ipocrita combatterla per interposta persona, inviando armi e lasciando che se la vedano gli ucraini? Non dovrebbe essere disposto ciascuno di noi, per amore della pace, a contribuire nella propria carne alle sofferenze che potrebbero capitarci se, tolto il gas russo (in Italia il 43% dell’importazione totale), fossimo costretti a un tempo di economia di guerra, dovendo rinunciare all’attuale livello di benessere? Non sarebbe un modo efficace di solidarizzare con quel popolo, debole e oppresso? Non ce lo chiede, forse, il Principe della Pace, il Risorto, da cui in questa Pasqua, ancora una volta, riceviamo in dono lo Spirito Santo (Giovanni 20,22)? Un momento del corteo di Genova del 2 aprile scorso, in cui si è chiesto il blocco delle armi destinate alle guerre.


15 aprile 2022

 
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