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domenica 26 giugno 2022
 

Egitto, tre anni di fuoco

Un'immagine delle manifestazioni controllate dai militari al Cairo (Reuters).
Un'immagine delle manifestazioni controllate dai militari al Cairo (Reuters).

Esattamente da tre anni, "celebrati" oggi con l'ennesima giornata di cortei, militari a presidiare le strade, spari e morti, l'Egitto vive sull'orlo della guerra civile. Quella stessa guerra civile che da altrettanto tempo sta martoriando la Siria, che l'islamismo radicale vorrebbe scatenare in Tunisia (dove il fronte islamista ha invece finora mostrato sorprendenti doti di moderazione), che pende sul capo del Libano, che è stata sfiorata e non ancora esclusa in Yemen, che i regnanti del Bahrein hanno condotto sulla loro gente con i carri armati dell'Arabia Saudita, che qualche anno fa divenne repressione di regime in Iran sotto Ahmadinejad.

Questo dimostra quanto sia stata importante la Primavera Arab, quali forze abbia scatenato, quali enormi equilibrii abbia sconvolto. In questi anni l'Egitto è diventato il laboratorio del nuovo Medio Oriente, con tutti i problemi e i drammi che questi esperimenti comportano. I giovani musulmani laici e i cristiani sono stati, al Cairo, la punta di lancia del fronte che cacciò Hosni Mubarak, ex capo dell'aviazione militare. Poi hanno ceduto il posto ai Fratelli Musulmani, usciti vincitori dalle elezioni. Quando questi hanno cercato di mettere le mani sullo Stato, l'opposizione è tornata alla ribalta. E per risolvere lo stallo si è di nuovo fatto avanti un militare, questa volta il capo dell'esercito, Abdul al-Sisi.

Da un generale all'altro in tre anni. Tutto di nuovo alla casella di partenza, come nel gioco dell'oca ma con migliaia di morti in mezzo? Con l'impossibilità di trarre una lezione. Perché se l'uomo forte serve in Egitto, forse serve anche in Siria, forse ha avuto ragione il regime del Bahrein... Se invece rifiutiamo l'idea che questi Paesi possano esser retti solo da uomini capace di muovere l'esercito, allora dobbiamo farci una ragione dei morti, delle sofferenze, dei disastri.

La verità sta nel mezzo. L'Egitto dimostra che né la modernità né le sue istituzioni (democrazia per prima) si costruiscono con una guerra (vedi Irak) o con un semplice cambio di regime. Non è successo questo mai e da nessuna parte, nemmeno nel Giappone del dopoguerra che così spesso viene citato.Non si può evitare kil travaglio, in questi parti, ma si potrebbe fare qualcosa di più e di meglio per lenire il dolore.    

Questi e altri temi di esteri anche su fulvioscaglione.com

25 gennaio 2014

 
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