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mercoledì 20 ottobre 2021
 

Gesù Cristo Re dell'Universo - Domenica 23 novembre 2014

Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».
Matteo 25,31-46

PER "TESTAMENTO" DIO CI HA LASCIATO I POVERI 

Certo, il bene che abbiamo fatto ha una ricompensa inimmaginabile, racchiusa in quel «venite, benedetti» che Gesù pronuncia e che tanto ci rassicura. Ma è nella seconda parte della parabola, dedicata al peccato di omissione, che risuona cupo e lacerante il grido «via, lontano da me, maledetti»: un grido che può forse sembrarci esagerato… se non persino impossibile, tanto da essere tentati di dire che è soltanto una parabola, un esempio per intimorirci… Ma siamo così sicuri che si tratti di una parabola come le altre? Qui in realtà Gesù inizia il racconto di qualcosa che accadrà «quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria».

Le parabole hanno, di solito, un’ambientazione meno precisa e personaggi meno delineati. Qui invece l’ambientazione è il giudizio finale e i personaggi sono inequivocabilmente identificati: lui e noi. Ed eccoci al punto: cos’è il peccato di omissione? La questione è estremamente seria, si riferisce alla tragica possibilità che ciascuno di noi ha di non incontrare il Signore benché gli passi accanto. Per accoglierlo bastano occhi semplici e cuore puro: in concreto, non fare troppe storie quando il bene da fare è così evidente che dovremmo vergognarci di non farlo. E spesso capita proprio così: dopo il peccato di omissione ci sentiamo presi da vergogna!

INCONTRI CHE FANNO PAURA.

L’omissione ci si volta contro: abbiamo la possibilità di fare qualcosa di bene e non lo facciamo; abbiamo la possibilità di incontrare il Signore e non lo riconosciamo, non perché non sia evidente che è lui, ma perché abbiamo paura di quella sorta di incontri nei quali sembra esserci solo qualcosa da perdere.

In effetti che guadagno c’è nell'avere come amici gli affamati o gli assetati o gli stranieri o i nudi – gli spogliati persino della dignità umana – o i malati o i carcerati? Potremmo chiederlo a don Bosco o a Madre Teresa o a don Carlo Gnocchi: che beatitudine c’è nel dare? Lo stesso san Paolo dice: «In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: “Si è più beati nel dare che nel ricevere!”» (At 20,35).

È curioso che si mediti questo brano proprio nella Festa di Cristo Re, al termine dell’anno liturgico, così come è curioso notare come questa “profezia” di Gesù si trovi alla fine del capitolo 25 del Vangelo di Matteo e come il capitolo 26 inizi con la narrazione della passione del Signore. Oggi, in realtà, noi meditiamo “il testamento di Gesù”. Cosa ci ha lasciato di sé il Signore? La risposta è semplicissima e disarmante, quanto mai chiara e impegnativa: ci ha lasciato i poveri!

Un’ultima precisazione proprio su questa domanda finale: cosa ci ha lasciato di sé il Signore? Ecco la risposta, a nostro conforto e stimolo: non chissà chi d’altri mai, bensì di colui che «siede alla destra del Padre e di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti e il suo Regno non avrà fine!».


20 novembre 2014

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