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Cardinale arcivescovo e biblista

Gesù pagava le tasse? Ecco quel che dicono i Vangeli

Pagamento del tributo, affresco di Masaccio (1401-1428). Firenze, Chiesa del Carmine.
Pagamento del tributo, affresco di Masaccio (1401-1428). Firenze, Chiesa del Carmine.

"I re della terra da chi riscuotono
le tasse e i tributi?
Dai propri figli o dagli estranei?"
(Matteo 17,25) 

L’evasione fiscale è una malattia sociale ed è un peccato morale. Bisogna dirlo chiaro senza tanti alibi o giustificazioni legate alla corruzione politica o alla costosa inerzia burocratica (che sono altrettanti morbi sociali e colpe morali).

Gesù in questo ambito è esemplare, e non solo perché non esita a scegliere un esattore delle tasse come apostolo, cioè Matteo Levi, oppure perché si lascia invitare da “pubblicani”, ossia da funzionari delle imposte “pubbliche” come Zaccheo, ma anche perché ci ricorda in una sorta di tweet (nel greco dei Vangeli sono 44 caratteri, 54 con gli spazi) un principio capitale: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Matteo 22,21).


Ma c’è di più. In un episodio narrato solo da Matteo, Cristo è descritto nell’atto concreto del versamento di una tassa. È il tributo giudaico annuale destinato al tempio e al sostentamento del “clero” ebraico:
l’imposta - stando all’evangelista – ammontava a un “didramma” attico d’argento. Nel racconto di Matteo si registra, però, un dialogo con Pietro che sembrerebbe introdurre una riserva da parte di Gesù, a prima vista simile al ricorso a un’esenzione, analoga a quella avanzata da talune istituzioni religiose.

Egli, infatti, evoca la prassi – consolidata soprattutto dai Romani – di imporre una pesante tassazione ai popoli sottomessi, così da esentare i propri sudditi. Cristo cita, dunque, questa prassi usando il termine “figlio” per indicare i sudditi. Lo fa intenzionalmente per affermare la sua qualità di Figlio di Dio così da con- cludere, nel caso di questo tributo squisitamente religioso, al suo diritto di esserne esente: «I figli – afferma – sono liberi» da questo versamento.

Tuttavia, subito dopo, per non favorire alibi o motivo di scandalo, conclude rivolgendo a Pietro questo ordine: «Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala a loro per me e per te» (Matteo 17,27). Effettivamente accade che alcuni pesci inghiottiscano oggetti dispersi in acqua.

Anzi, il pesce cosiddetto “di san Pietro”, un cromide del lago di Tiberiade, ha una sacca branchiale nella quale conserva sassolini e piccoli oggetti come le monete, per poter poi custodire anche i suoi avannotti. Ma al di là di questo elemento pittoresco, rimane la testimonianza di fedeltà fiscale di Gesù. Una fedeltà che sarà sottolineata con rigore da san Paolo nei confronti del fisco imperiale romano in un paragrafo di forte carica civile, etica e persino teologica, presente nella Lettera ai Romani (13,1-7).


17 aprile 2014

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