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venerdì 21 gennaio 2022
 

Golfo: quando litigano gli sceicchi

 Abdullah bin Nasser bin Khalifa Al-Thani, primo ministro del Qatar (Reuters).
Abdullah bin Nasser bin Khalifa Al-Thani, primo ministro del Qatar (Reuters).

Come sempre il Medio Oriente sembra un cantiere appena aperto. L'ultimo rimescolamento alle carte l'hanno dato Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti che hanno ritirato i propri ambasciatori dal Qatar, confermato così nel ruolo di "pecora nera" tra le monarchie del Golfo.

La clamorosa rottura diplomatica si è consumato sul tema dell'appoggio che il Qatar continua a garantire ai Fratelli Musulmani, mentre i sauditi e gli altri hanno appoggiato il ritorno al potere, in Egitto, dei generali che hanno messo fuori legge la Fratellanza. Naturalmente la questione è più ampia e riguarda in primo luogo la stabilità e la sicurezza delle monarchie arabe. L'Arabia Saudita si trovava a proprio agio con il vecchio ordine mediorientale, basato sui vari Ben Alì, Mubarak, Gheddafi, cioè sui tiranni che garantivano un quieto vivere supportato dalle potenze occidentali.

Per questo Riad è stata assai fredda, a dir poco, con le Primavere Arabe e anzi, nel caso del Bahrein, ha persino mandato i propri carri armati a stroncare qualunque ipotesi di Primavera. Ed è stata più che felice di vedere i militari guidati dal generale Al Sisi riprendere il potere in Egitto.

Il Qatar, al contrario, ha sempre flirtato con i movimenti islamisti. Un po' per convinzione e un po' per convenienza, per smarcarsi dalla primazia dei sauditi e garantirsi un posto alla tavola della diplomazia internazionale, appunto come interlocutore privilegiato dei gruppi che prima sparano e poi parlano. Per la stessa ragione il Qatar, con le Primavere Arabe, ha remato nella direzione opposta, sostenendo chi cercava di scardinare il vecchio ordine.

Questa tensione andava avanti da anni ma ora l'Arabia Saudita non vuole ne può permettersela. I suoi sceicchi non hanno certo negato armi, appoggi e denaro ai movimenti armati dell'estremismo islamico, purché colpissero gli avversari: in Siria o in Iraq, per esempio. Ma il rischio, ora, è che tutto questo diventi un boomerang e metta a rischio, appunto, la stabilità della stessa monarchia. Come successe, in fondo, ai tempi di Al Qaeda: Bin Laden era saudita, l'Arabia Saudita fu uno dei due Paesi (l'altro era il Pakistan) a riconoscere ufficialmente il Governo del talebani quando Bin Laden aveva le sue basi in Afghanistan... Ma quando i seguaci dello sceicco del terrore alzarono il tiro, non si fecero scrupolo di colpire, e molto duramente, anche l'Arabia Saudita. Un'esperienza che nessuno, a Riad, vuole ripetere.



    

 

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11 marzo 2014

 
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