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domenica 20 settembre 2020
 
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I Santi...umani!

Giuseppe Como, docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale su Vita Pastorale riflette sull'eredità dei santi e di come ci rendono consapevoli della varietà di risposte a Cristo e della capacità del Vangelo di permeare le culture. 

L’immagine diffusa della santità l’ha sempre rinchiusa in uno spazio delimitato. La santità è stata spesso identificata con il “sacro”: la stessa idea di santità trasmessa dall’Antico Testamento è fortemente influenzata dall’aspetto cultuale e sembra inclinare verso una realtà di “consacrazione” e quindi di separatezza. La religiosità popolare, che ha molto sviluppato la venerazione dei santi, ha contribuito a spingere verso la delimitazione dello spazio della santità entro le cornici dei quadretti devozionali, ma al tempo stesso merita attenzione e gratitudine per aver avvicinato la figura di tanti santi al vissuto quotidiano di popolazioni che fiduciose li hanno invocati in mille circostanze della loro esistenza, sentendoli amici e potenti.

Oggi, noi siamo guidati dalla lezione del concilio Vaticano II, che ha insegnato a guardare alla santità come a una chiamata che interessa tutti i battezzati e che trova realizzazione in una vita che non è “altra” da quella comune che i cristiani condividono con tutti i loro fratelli e sorelle. La radice di questa chiamata alla santità è semplicemente il battesimo, e il suo vertice non è in una ascensione verticale che sottragga ai travagli del tempo, ma nella carità che rende solidali con la storia degli uomini. In questa prospettiva, i cristiani sono invitati a rileggere l’idea stessa di “perfezione”, che tradizionalmente la teologia e la spiritualità associavano alla nozione di santità e che veniva normalmente recepita con riferimento a una irreprensibilità morale di carattere individuale, a sua volta principio di testimonianza per altri in virtù di una certa forza di irradiazione proveniente da un’esistenza esemplare.

Questa fisionomia della santità cristiana aveva formato personalità di indiscutibile valore etico, ma spesso confinate in una austera inaccessibilità. La “perfezione” che consiste nella radicalità della carità, cioè nell’imparare ad amare come Gesù, ci consegna piuttosto donne e uomini santi “esperti in umanità”, forgiati dall’intensità e spesso dall’asprezza delle relazioni, capaci di dimenticare sé stessi nel servizio al prossimo, poveri per aver donato tutto, ma anche immensamente ricchi non solo della grazia di Dio ma pure di tutto ciò che sanno di aver ricevuto, accolto e imparato dai fratelli. I santi proclamano ancora oggi che non si può essere autenticamente umani se non nel riconoscimento e nell’accoglienza di un vincolo indistruttibile che ci lega al divino. La liturgia della solennità di Tutti i Santi ci permette di intuire che la «moltitudine immensa» di coloro che «vengono dalla grande tribolazione», avendo lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello, sono quelli che hanno attraversato la prova della persecuzione, dell’angoscia, della spada, della morte senza aver compiuto gesta straordinarie, ma “solo” conservando la certezza di non poter essere separati in nulla dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù.

L’ingente lavoro della riflessione nel XX secolo, che il cardinale Martini paragonava alle stagioni più luminose del pensiero credente, come quella dei Padri della Chiesa, ha prodotto un riavvicinamento fra teologia e santità. I teologi sono tornati a interessarsi dei santi, hanno ricominciato a cercare di comprendere il senso cristiano di tanti vissuti di santità, seguendo l’intuizione di Hans Urs von Balthasar, il quale invitava i suoi colleghi ad accostarsi alla testimonianza dei grandi santi come a un “Vangelo vivente”, come a una “esegesi” vivente e attuale della rivelazione, una “dottrina viva” che parla alla Chiesa intera. Qualcuno ha osato sporgersi ancora più in là, affermando che l’osservazione e lo studio del vissuto dei santi «completa l’intelligenza della rivelazione», nel senso che noi non riusciremmo a cogliere fino in fondo il senso del messaggio cristiano se non ne vedessimo la forza trasformante all’opera nei santi.

E la cosa ancora più bella è che questo non avviene in tutti allo stesso modo: l’eredità dei santi è anche quella di renderci consapevoli e meravigliati della varietà delle risposte a Cristo, della straordinaria capacità che il Vangelo possiede di permeare le culture, di plasmare nuovi cammini di umanità. I santi escono così definitivamente dal recinto sacro che li separa dalla ferialità del nostro vivere. Essi entrano con forza nelle nostre esistenze, mostrando come la novità di Dio sia più creativa delle nostre ideologie ripetitive e delle nostre nostalgiche fughe verso il passato.

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23 aprile 2020

 
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