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venerdì 10 luglio 2020
 
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Responsabile del desk Cultura e spettacoli

Ian McEwan, un giudice travolto dalla vita

Capita al lettore di La ballata di Adam Henry di Ian McEwan (Einaudi) di doversi di tanto in tanto fermare, per lasciar sedimentare ciò che ha letto e permettere alla mente e al cuore di assimilarne il significato: tale è la densità concettuale ed emotiva della narrazione dell'autore di Amsterdam ed Espiazione, in questo senso così simile a Fiona, il giudice protagonista del romanzo, col passare degli anni sempre più impegnata a cercare «un'esattezza che qualcuno avrebbe potuto definire bizantina, di definizioni incontestabili che un giorno o l'altro potevano diventare materiale per frequenti citazioni». Esperta di diritto di famiglia, la donna ha trascorso la vita cercando attraverso le sentenze di ridurre a una qualche forma di razionalità, di ordine, il caos irrazionale della vita, ancora più incontenibile ci si avventura nel campo dei sentimenti, dei legami famigliari, degli affetti. O della fede...

Ora però il giudice Fiona è alle prese con un "caso personale": accusandola di freddezza e apatia, il marito sessantenne le chiede l'autorizzazione per una scappatella e, di fronte al rifiuto di lei, decide di concedersela comunque. Fiona è choccata e cerca rifugio nel lavoro, che non manca di proporle un caso in grado di assorbire interamente la sua attenzione: un ragazzo prossimo alla maggiore età, malato di leucemia, rifiuta, in quanto testimone di Geova, la trasfusione di sangue che è necessaria per salvarlo da una morte certa. Con una decisione insolita in fase processuale, lei decide di interrompere il dibattimento per incontrare personalmente il ragazzo in ospedale e verificare che sia effettivamente consapevole della portata della sua scelta, al di là delle pressioni dei genitori e della comunità religiosa a cui appartiene. 

L'incontro fra il giudice e il ragazzo - uno dei momenti più belli e intensi del romanzo - sarà rivelatore e dalle conseguenze imprevedibili per entrambi. Fiona deciderà di imporre la trasfusione, in nome del benessere del ragazzo, assurto a valore predominate su ogni altra valutazione. Sarà per Adam - questo il nome del ragazzo - l'occasione per conoscere un modo di pensare esterno a quello della sua fede e di ribellarsi ai genitori e alla comunità. Privato della religione come punto di riferimento, il ragazzo avrà però bisogno di un diverso sostegno: intellettuale, morale e psicologico per cominciare la sua nuova vita. E lo chiederà proprio a Fiona...

Sono molti i temi di natura morale che la storia immaginata da McEwan, peraltro attingendo a piene mani a casi giudiziari reali, mette in campo. Quello dell'opposizione fra le istanze del diritto (il ragazzo va sottoposto alla trasfusione perché la sua vita è il valore prioritario) e la religione (Dio chiede di non mescolare il sangue, anche a costo della vita) è importante, ma forse non il principale. Fiona, la protagonista, è abituata ad agire in base a norme razionali, sia quando deve emettere sentenze, sia nella vita privata. Alla soglia dei sessant'anni, l'infedeltà del marito da una parte e il caso Adam Henry dall'altra mettono in discussione le sue certezze, fanno vacillare una filosofia a cui aveva aderito con la forza di una credente e facendola franare contro l'incommensurabilità della vita.

Il marito le rinfaccia la mancanza di passione, accusa che lei, in fondo, sa essere fondata. Nella sua coscienza viene a galla il dolore nascosto per aver rinunciato al progetto di avere dei figli, sempre rinviato in nome della carriera e del lavoro. Allo stesso modo, l'incontro con Adam, per quanto si risolva in apparenza con una sentenza impeccabile e avvii il ragazzo a scelte più consapevoli, la turba nel profondo, vuoi perché gli ricorda il figlio mai avuto, vuoi perché è l'incarnazione di quella passione a cui lei ha rinunciato.

L'epilogo della vicenda, poi, le mostra in maniera inequivocabile che la giustizia, per quanto ben amministrata, ha i suoi limiti, gravi e insuperabili. È necessaria, certo, per dare un ordine minimo alla convivenza fra gli uomini. Ma non basta per dare un senso alla vita, per raggiungere la felicità. Nel corso del romanzo McEwan riporta diversi casi giudiziari - spesso mutuati dalla cronaca - e ricostruisce il loro esito processuale, suggerendo l'idea dell'inadeguatezza della giustizia, che può sempre e soltanto mettere qualche pezza ai drammi della realtà, della vita vera.

Oltre il livello giudiziario, la cui legittimità non viene comunque mai contestata, ne esiste un altro, in cui ogni individuo si misura con la sua coscienza, con il suo desiderio di felicità e le strategie per conseguirla, con fini e mezzi del proprio progetto esistenziale. Accade nel rapporto di coppia, fra genitori e figli, come nella fede.

Fiona crede di poter ricondurre ogni istante dell'esperienza umana alla razionalità, ma dovrà scoprire che la vita "ne sa di più" della ragione (che il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce, direbbe Pascal). Questa idea trova una bellissima traduzione narrativa nel rapporto di Fiona con la musica. Da sempre, è una buona pianista, diligente, precisa, rigorosa nell'esecuzione dello spartito. Riuscirà a superare questo livello - che è anche un limite - solo quando, sconvolta dalla notizia sul ragazzo, si lascerà andare, suonerà cioè non solo con la necessaria perizia tecnica, ma anche con il cuore, lasciandosi guidare dai sentimenti. 

In fondo Adam con la sua vicenda e anche il rigurgito adolescenziale del marito la chiamano a fare un passo oltre le sue convinzioni, a dare qualcosa di più, a chiedersi - lei, ormai sessantenne - chi è davvero. A conoscere la forza caotica, sì, ma irrinunciabile dell'amore. 


09 dicembre 2014

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