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martedì 24 novembre 2020
 
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(AAVV)

«Dio non è un tappabuchi», la lezione dei miei detenuti

Fede e coronavirus. La Quaresima di quest’anno, davvero inedita, ci coglie in cammino verso il buio del Getsemani, la brutalità del Calvario, ma anche verso la luce che promana dalla Resurrezione dell’alba di Pasqua. “Nell'angoscia ho gridato al Signore; mi ha risposto, il Signore” (Salmo 118). Abbiamo voluto aprire un Diario della speranza e raccogliere le riflessioni di diversi personaggi, dal cardinale al prete di strada, dal monaco al vescovo, che ci accompagnano verso la Pasqua. A ognuno abbiamo posto proposto questa traccia di riflessione: «Cosa suggerisce, basandosi sull’Antico e Nuovo Testamento, sulla scorta del Magistero e della sua esperienza pastorale, ai familiari che hanno perso un loro caro, agli ammalati che stanno combattendo contro il virus, alle persone che hanno una paura profonda e paralizzante per sé, per i propri cari, per l’Italia?».

Il secondo contributo è di don Marco Pozza*

Alcuni detenuti del carcere romano di Rebibbia in rivolta il 9 marzo scorso (Ansa)
Alcuni detenuti del carcere romano di Rebibbia in rivolta il 9 marzo scorso (Ansa)

Covid-19 è un essere senza un briciolo di pietà. Ha una fame ingorda, una caverna al posto della gola, le sembianze barbariche, l'andatura assomiglia a quella degli antichi vandali che si calavano al ritmo delle imboscate per strappar via le terre ai loro abitanti. È stata un'incursione a sorpresa, di quelle che non si possono fronteggiare a torso nudo: «La storia ci insegna che quando una razza barbarica si confronta con una cultura dormiente, i barbari vincono sempre» (A. Toynbee). Dormivamo? Certamente sì, assolutamente no.

Nell'interstizio di una risposta, rimangono immagini di vuoti ovunque: la fila di camioncini dell'esercito con le salme dentro, le chiese svuotate degli ultimi frequentatori, le piazze piene di silenzi roboanti. Il Papa che, di venerdì, staziona solitario sulla Piazza vuota: che, di domenica, benedice la Piazza vuota. Vuoto dappertutto: dentro, fuori, in basso, qualcuno teme anche lassù. Non è così: ma, benvenuti alla resa finale?

Sono stato graziato dalle ordinanze governative: la mia chiesa è una galera statale, ragione per cui non è mai stata chiusa, nemmeno mi è stato fatto divieto d'ingresso. L'obbligo – hanno detto i capi, come aiuto al cuore – è di restare sul fronte fino all'ultimo: rischiando, costi quel che costi. Fede in trincea. Frequento gente abituata a stare-chiusa da anni, decenni: è posizione fortunata per poter riflettere sull'andamento del fuori. I miei uomini, a colpi di divieti, si sono abituati al vuoto. Lo chiamano mancanza: della libertà, di casa, degli affetti. Di una morte così improvvisa da renderti impossibile persino seguire la bara del padre perché, magari, quel giorno manca la scorta di Polizia.

Vite paradossali: hanno svuotato le gioiellerie, si trovano svuotati; hanno ucciso uomini, si trovano soli al mondo; tutta la loro vita è stata un sottrarre-qualcosa, si trovano sottratti persino dell'essenziale. Hanno cisterne di tempo per meditare sul vuoto. Qualcuno di loro, in questi dieci anni, mi ha aperto gli occhi: «È davvero necessario, Marco, riempire ogni vuoto a tutti i costi?». Per me, fino allora, il vuoto era uno spazio da riempire, una paura da sconfiggere, un affetto da ritrovare. In loro compagnia, il vuoto è diventato materia di verifica, come la storia, l'algebra, la geografia: «Non c'è nulla che possa rimpiazzare l'assenza d'una persona cara», dice Bonhoeffer.

Forse non dovremmo nemmeno provare a fare un tentativo: «È un fatto che bisogna semplicemente sopportare, davanti al quale tenere duro». Nell'istante, sembra la versione aggiornata della tortura. Consola, invece: «Restando aperto il vuoto, si resta anche reciprocamente legati ad esso». Dio, i vuoti, non li riempie affatto: è bestemmia anche solo pensarlo, sarebbe un Dio tappavuoti, che tiene l'uomo sottovuoto: «Dio lo mantiene aperto (quel vuoto) e ci aiuta a conservare l'autentica comunione tra noi, sia pure nel dolore».

Il vuoto, nella stagione dei contagi e delle contaminazioni, è presumere di riempire quel vuoto: «La gratitudine trasforma il tormento del ricordo in una gioia silenziosa», è la chiusura di quella vertiginosa pagina di Resistenza e resa. Accade, proprio ora. Il vuoto è una misura: “Quanto ti manco?”. E da quanto ti manco, misuro la statura dell'amore che mi lega. Nemmeno la morte – anche se pare straziante il solo scriverlo – è per-sempre: non misura il modo in cui si muore, ma quant'era bello vivere assieme.

In galera la Via Crucis è gesto quotidiano, non relegato al Venerdì Santo: una via-crucis affollata di vittime, carnefici, di untori e Veroniche. Qui dentro – dove la Chiesa è letteralmente un ospedale da campo nel corso di una guerra perpetua – credere è fare i conti col vuoto. Non il vuoto del Nulla ma il vuoto che è misura dell'amore che, prima, non avevamo mai avuto occasione di misurare. Non è vero che quel vuoto lo riempie solo l'affanno: ci sono dei vuoti che fanno paura solo a chi li vorrebbe riempire a tutti i costi. Quel vuoto, a guardarlo, è misurazione: “Mi manchi: t'amavo davvero”. Il povero è “manuale di sopravvivenza” nella crisi: t'insegna a lasciar vuoti certi vuoti. Verifiche in corso

Don Marco Pozza con papa Francesco (Ansa)
Don Marco Pozza con papa Francesco (Ansa)

*L'autore

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Marco Pozza, classe 1979, è teologo e parroco del carcere di massima sicurezza "Due Palazzi" di Padova. Ha conseguito il Dottorato in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana. Con una scrittura imprevedibile e indisponente, esordisce mandando alle stampe il suo primo romanzo, Penultima lucertola a destra (2011), al quale fa seguire Contropiede (2012) e Il pomeriggio della luna (2016). È con la trilogia sulla figura di Cristo – L'imbarazzo di Dio (2015), L'agguato di Dio (2016) e L'iradiddìo (2017) – che diventa uno degli autori spirituali più interessanti del panorama nazionale. Vincitore del Premio speciale Biagio Agnes 2016 per il giornalismo, ha condotto il sabato pomeriggio su Raiuno la rubrica Le ragioni della speranza, all'interno del programma A Sua Immagine. Nel 2017, assieme al regista Andrea Salvadore, ha ideato e condotto per TV2000 Padre nostro, programma televisivo in nove puntate che ha avuto come ospite fisso papa Francesco. Dal programma è nato il libro Quando pregate dite: Padre nostro (LEV – Rizzoli) scritto a quattro mani con il Sommo Pontefice. Nel 2018 ha condotto, sempre avendo come ospite il Papa, il programma Ave Maria e quest’anno Credo.


01 aprile 2020

 
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