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martedì 22 settembre 2020
 

Il crocifisso fa parte della storia del mondo

La polemica sul presepe nelle scuole è, certamente, dispiaciuta a tutti. Contrapporsi, in suo nome, è un vero controsenso. Per di più, se alcuni hanno affrontato la questione con assoluta onestà e buona fede, altri ne hanno approfittato per creare polemiche. È evidente, infatti, che molti hanno disinvoltamente usato il pretesto del rispetto degli stranieri solo come alibi. Senza rendersi conto che non offrivano un buon servizio nemmeno a quegli stessi che dicevano di volere rispettare.

Ma, allo stesso modo, alcuni di quelli che hanno difeso il presepe, l’hanno fatto non in segno di fedeltà alla cultura storico-religiosa europea, ma solo in ostilità a una presunta invasione di immigrati extracomunitari. Quelle persone, in assenza del pretesto degli stranieri, avrebbero tranquillamente fatto a meno del presepe. Sono laici e laicisti che sfruttano i simboli religiosi per rimarcare la propria identità italiana ed europea. Gli stessi che tacciano gli stranieri di ostentare la loro religiosità quando chiedono di costruire una moschea dove pregare. Curioso, no?

È evidente che la strumentalizzazione ideologica non porta da nessuna parte. Ora, dopo le feste natalizie, il problema si proporrà ancora con il crocifisso o altro. Non resta, allora, che affrontare seriamente il tema dei simboli religiosi nei luoghi pubblici. Soprattutto nella scuola, che è il luogo deputato per eccellenza all’educazione e formazione dei cittadini. Le domande da porsi sono: come vanno letti i simboli religiosi? Invitano alla devozione e alla preghiera o sono testimonianza di un vissuto culturale nazionale? Più a monte: come deve porsi uno Stato laico (ma cos’è la “laicità”?) nei confronti del fattore religioso? Ancora: la religione è qualcosa di personale, da coltivare nel privato o è un fatto pubblico, da vivere in una dimensione sociale? In merito alla scuola, come deve porsi un’istituzione di Stato nei confronti della cultura propria e delle altre culture? Quesiti impegnativi, su cui però non possiamo evitare di confrontarci. Altrimenti, avremo problemi non solo a Natale, ma anche a Pasqua e in ogni altro “santo” giorno della settimana. A cominciare dalla domenica. Festiva: perché?                 MARINA

A mio parere fu un gravissimo errore non aver inserito nella Costituzione europea il riferimento alle radici cristiane o, ancor meglio, giudaico-cristiane. Nel nome di una malintesa laicità, si è preferito snaturare l’Europa, privandola di quell’anima che ne avrebbe fatto qualcosa in più di un semplice “condominio” di nazioni, spesso divise e litigiose su tutto, unite solo dal mercato e dalla necessità di una moneta unica. A nulla valsero, allora, i ripetuti tentativi di Giovanni Paolo II perché non si commettesse questa grave dimenticanza. L’Europa, ricordava Wojtyla, o è cristiana o non è. Basterebbe solo soffermarsi a riflettere sulla cultura occidentale per accorgersi che non si può comprendere nulla dell’arte, della letteratura e della poesia senza un’approfondita conoscenza delle radici cristiane. Per le stesse ragioni il grande filosofo laico, Benedetto Croce, dovette affermare: «Perché non possiamo non dirci cristiani», che è anche il titolo di un suo libretto.

Spente le luci sui presepi e avviandoci alla Pasqua, c’è da attendersi qualche ripresa polemica sul crocifisso. Con le stesse ragioni. Pur vivendo, ormai, in una società multietnica e multirazziale, questa presenza non è affatto un’imposizione nei confronti di chi ha un altro Dio o non crede affatto. Se per i cristiani ha un valore religioso molto forte, per chi non crede è una lezione di umanità e civiltà. Basta non farne una questione ideologica.

Quando, qualche anno fa, la Corte europea si dichiarò contro la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, le reazioni contrarie furono tantissime, e non solo da parte del mondo cattolico. Nel nome di una presunta neutralità si dava spazio a un vuoto culturale, tentando di cancellare un simbolo universale di fraternità, uguaglianza e giustizia. Deriva “laicista” che spinse Natalia Ginzburg, scrittrice ebrea, a un perentorio ammonimento: «Non togliete quel crocifisso!». «C’è sempre stato», disse. «È il segno del dolore umano, della solitudine della morte, dell’ingiustizia. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo».

Il problema, quindi, non è togliere il crocifisso dai luoghi pubblici, ma diffonderlo anche fuori dai tribunali e dalle aule scolastiche per rendere più umano, fraterno e giusto questo nostro mondo bisognoso di tanto perdono e misericordia.                  D.A.


14 gennaio 2016

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