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Giornalista

Il senso di Mattarella per la giustizia ferita a morte

Il presidente Mattarella.
Il presidente Mattarella.

Sergio Mattarella, s'era capito il primo giorno, si conferma un Presidente di poche parole sobrie, ma dirette, scelte con cura. Parole tempestive anche: è stato il primo a intuire lo sgomento, il senso di solitudine, che ha colto il mondo della giustizia davanti «all'assurda vicenda accaduta al tribunale di Milano». Con un gesto di quelli che stiamo imparando a conoscere, diretto al sodo, ha convocato a strage appena avvenuta, un plenum straordinario del Consiglio superiore della magistratura, per far sentire la sua vicinanza ai magistrati e alle parti della giurisdizione colpite a morte. Un gesto, non obbligato dal galateo istituzionale, e per questo ancora più significativo da parte del Presidente della Repubblica cui la Costituzione assegna anche la Presidenza del Csm.

Ha detto poche parole, densissime però, a cominciare dalla presa d'atto che il teatro della strage non è un luogo come un altro: «Un dolore lacerante - diceva citando tutte le vittime: il giudice Fernando Ciampi, l'avvocato Lorenzo Claris Appiani, il cittadino Giorgio Erba,  - tanto più lacerante in quanto gli assassinii si sono consumati in un luogo dedicato al rispetto della legge e all'affermazione della giustizia». Un luogo che man mano che passano le ore si scopre teatro di una vendetta, che è l'esatto contrario della giustizia: la deriva per evitare la quale nasce nel diritto il processo come mezzo di ricomposizione delle controversie. Un paradosso che appare tanto più simbolico, se si fa caso al fatto che lo sconsiderato vendicatore sembra avere voluto colpire sparando a persone inermi in quanto parti del sistema giustizia, nella sua testa diventata nemica, aggredendo a una a una le parti che nel processo concorrono alla ricostruzione dei torti e delle ragioni: il giudice, l'avvocato - testimone, il coimputato.

Mattarella ha chiesto «piena luce», «il massimo possibile di sicurezza» per gli operatori del diritto, che chiama significativamente «servitori dello Stato»: «Attraversiamo tempi caratterizzati da grandi difficoltà", ha spiegato. «Alle minacce della criminalità e della mafia si sono unite quelle del terrorismo internazionale. La crisi economica, che si protrae da anni, ha fatto aumentare le tensioni sociali». Ma è nella scelta degli aggettivi adoperati per delineare la figura del giudice ucciso «probo, rigoroso, intransigente» che si riconosce l'impronta del senso di Mattarella per la giustizia. Nel profilo c'è un'idea di magistratura: coerente con quella che aveva già delineato nel discorso di insediamento e poi in quello ai magistrati in tirocinio. Una magistratura che non fa sconti, indipendente e con la schiena dritta, un modello che dal 1992 a qui il potere non ha sempre mostrato di gradire. 

Mattarella fa capire, dai collegamenti che legano le sue poche parole di cordoglio,  che non guarda alla strage di Milano come a un atto avulso, quand'anche fosse isolata follia le riconosce un contesto. Il giudice Ciampi, giudice civile conosciuto e stimato dagli addetti ai lavori ma ignoto ai riflettori, nelle parole di Mattarella «è l'ennesimo magistrato ucciso nell'esercizio delle sue funzioni», il fatto che sia stato ucciso nella stanza della sua vita quotidiana, in un giorno qualunque, da un imputato qualunque, senza neanche bisogno della complicata architettura della violenza mafiosa o terroristica, nel discorso del presidente, non lo rende ontologicamente diverso dagli altri 24 colleghi morti ammazzati dal 1969 a qui. Con quella formula istituzionale di rito "nell'esercizio delle sue funzioni", Mattarella incide idealmente il nome del giudice Ciampi nel marmo, a seguire quello di Paolo Borsellino, l'ultimo caduto prima di lui.  Lo unisce idealmente al primo, Agostino Pianta, morto nel 1969 per mano di un condannato che si vendicò di un giudizio.

Ha chiesto chiarezza sulle falle - che nessuno può negare - del sistema di sicurezza, Mattarella. Ha chiesto allo Stato di reagire nel «pieno rispetto delle garanzie e dei diritti"
», ma «con fermezza». Ha ribadito, nel giorno della solitudine e dello smarrimento, la sua fiducia nella giustizia
(fatta di magistrati, avvocati, cancellieri, testimoni) ferita a morte.

Ma a lasciare l'eco in quel discorso è un altro passaggio, quello in cui ribadisce che «i magistrati, come chi svolge altre funzioni, sono sempre in prima linea, il che li rende particolarmente esposti: va respinta con chiarezza - dice - ogni forma di discredito nei loro confronti». E' il passaggio del discorso  che ha fatto rumore, a dispetto del tono sempre sommesso, e non ha mancato di attirare al Presidente le critiche di quanti interpretano questo "schieramento" a fianco della magistratura non come un gesto per ribadire la centralità della giurisdizione indipendente, la sua funzione essenziale in un sistema democratico a tutela dei diritti del cittadino - l'ovvio da parte di chi ricopre la carica che si fa garante della Costituzione - ma come uno "schieramento" di parte, o peggio, contro qualcuno.  Quasi che l'indipendenza della magistratura fosse un problema di parte, magari un privilegio dei magistrati, e non, come invece è, una garanzia per tutti noi. Non una garanzia qualunque: quella che rende meno astratto il concetto di "legge uguale per tutti".  Un concetto che vive nella sintesi delle professionalità di tutte le parti processo, simboleggiate dalle toghe nere, diverse solo per i cordoni, dell'avvocato e del magistrato, che rivedremo - ancora una volta - stese sulle bare. Ancora a Milano, dopo Guido Galli, Emilio Alessandrini, Giorgio Ambrosoli.


11 aprile 2015

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