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Cardinale arcivescovo e biblista

“Io sono, non abbiate paura!”

Gesù cammina sulle acque e salva Pietro, bassorilievo di Lorenzo Ghiberti (1378-1455). Firenze, Battistero, porta nord.
Gesù cammina sulle acque e salva Pietro, bassorilievo di Lorenzo Ghiberti (1378-1455). Firenze, Battistero, porta nord.

"Videro Gesù che camminava
sul mare ed ebbero paura.
Ma egli disse loro:« Io Sono, non abbiate paura!»".
(Giovanni 6, 19-20)

L’ imbarazzo del lettore moderno di fronte alla celebre scena di Gesù che s’avanza sulle acque del lago di Tiberiade, creando sconcerto nei suoi discepoli che arrancano sulla barca sconvolta da una bufera, può esse- re sciolto solo se si assegna alle varie componenti scenografiche il loro senso genuino. Le elenchiamo. Innanzitutto, si deve tener conto del linguaggio del quarto evangelista che ama il ricorso ai “segni”, ossia al significato più profondo degli eventi e delle parole di Cristo, ammiccando quindi a un messaggio più alto rispetto all’impressione immediata e superficiale.

Gesù non è né un mago né un prestigiatore e in questo momento egli sembra offrire una sorta di azione simbolica che non ha rilievo nella concretezza materiale, ma nel suo aspetto trascendente. Ecco, allora, il secondo elemento che è da cercare nel mare e nel vento tempestoso: nella cultura dell’antico Israele essi erano espressioni del nulla, del male, della negatività.

Cristo, allora, compie una vera e propria epifania della sua realtà più intima: egli è il Signore che travalica e domina il male della storia e il limite dell’essere creato. A questa manifestazione si orienta un terzo dato che è il ricorso implicito alle Sacre Scritture. Da un lato, c’è l’allusione all’esodo d’Israele attraverso il Mar Rosso; d’altro lato, c’è il rimando a due passi biblici.

Nel Salmo 77,20 si dice di Dio che irrompe sui flutti per salvare il suo popolo: «Sul mare la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque, ma le tue orme erano invisibili». L’altro testo è ancor più importante. Dichiarando: «Io sono», Gesù rievoca la famosa autorivelazione che Dio destina sul Sinai a Mosè: «Io sono colui che sono» ( Esodo 3,14). Una frase che sarà riassunta non di rado in un lapidario: «Io sono». È, questa, una formula che affiora varie volte sulle labbra del Gesù giovanneo, marcando indirettamente la divinità della sua persona. Talora essa è collegata a un attributo: «Io sono il pane della vita [...], la luce e la vera vi- te [...], il buon pastore e la porta dell’ovile [...], la via, la verità, la vita [...], la risurrezione [...]».

Altre volte, come nel nostro caso, si ha solo un essenziale “Io sono”. È, ad esempio, ciò che accade nel momento dell’arresto, allorché per tre volte si ripete la formula “Io sono” e «appena egli disse: Io sono, [le guardie] indietreggiarono e caddero a terra» (Giovanni 18, 4-8).

Un quarto e ultimo elemento conclusivo: la scena vuole esaltare la signoria di Cristo che entra in azione come Signore dell’essere e del nulla, attraverso una presenza trascendente che non è meramente materiale e fisica, ma misteriosa ed epifanica, tanto da sollecitare negli spettatori la “paura”, che è il timore di Dio. Sarà quella presenza che Gesù spiegherà subito dopo nel discorso di Cafarnao sul “pane di vita”, cioè la sua carne e il suo sangue, ossia la sua persona presente nei segni eucaristici.


05 settembre 2013

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