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sabato 17 aprile 2021
 

Iraq, un voto al momento sbagliato

Una donna irachena mostra il dito tinto di viola dopo aver votato (Reuters).
Una donna irachena mostra il dito tinto di viola dopo aver votato (Reuters).

Queste elezioni politiche in Iraq arrivano nel peggior momento possibile. Il premier Al Maliki, infatti, che cerca un terzo mandato, è sostanzialmente debole ma non è più debole come sei mesi o un anno fa. La reazione militarmente forte alle incursioni dei terroristi sunniti nella provincia di Anbar, dopo le infiltrazioni dal fronte della Siria, gli hanno (ri)guadagnato una certa fama di leader duro e determinato, che è andata in qualche modo a riparare i "danni" di ciò che gli viene imputato: l'incapacità a mettere sotto controllo il terrorismo interno, la scarsa se non nulla volontà di trovare un accordo, lui sciita, con le corpose minoranze curde e sunnite, la tendenza a usare gli apparati della sicurezza per infierire contro rivali e oppositori politici.

Gli Usa, che lo avevano "creato" come primo ministro nel 2006 e sostenuto verso la riconferma nel 2010, lo hanno ormai scaricato. I leader sciiti della città santa di Najaf, molto influenti presso l'elettorato iracheno, hanno raffreddato la loro simpatia. D'altra parte, i rivali di Al Maliki, primo fra tutti l'altro sciita Ayad Allawi, non hanno la forza per rovesciare il quadro, mentre i curdi restano annidati nel Nord del Paese, che ormai gode di larghissima autonomia. 

Insomma, l'esito più probabile è questo: Al Maliki conserva la preminenza ma, subito dopo il voto, è costretto a negoziare una qualche alleanza per continuare a governare. Il che vuol dire: una lunga fase di trattative e patteggiamenti, instabilità nel Paese, attentati più frequenti. E il rifiorire delle minacce secessioniste, con i curdi a spingere, i sunniti a tirare e gli sciiti e difendere le ragioni di un forte governo centrale.

Questi e altri temi di esteri anche su fulvioscaglione.com

01 maggio 2014

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