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IV domenica di Pasqua - 3 maggio 2020

Il tempo pasquale ci sta accompagnando a scavare più in profondità nel mistero della Pasqua, per coglierne €fino il fondo il frutto e il senso. Una immagine molto cara all’Antico Testamento, e ripresa anche dall’evangelista Giovanni, è quella del pastore. Dio è rappresentato, in particolare dagli antichi profeti, come il pastore del suo popolo, l’unico vero pastore, contro coloro che invece non se ne prendono cura. Il Vangelo di questa domenica riprende questa immagine e ci mostra come anche il Signore Gesù, l’inviato del Padre, si identi€fica nel pastore del popolo di Dio, de€nendo se stesso il «buon pastore», letteralmente il «pastore bello», come dice il testo originale.

La bontà e la bellezza sono le caratteristiche di Dio, che il Vangelo declina secondo alcuni azioni, alcuni verbi, che caratterizzano l’agire del buon pastore. Anzitutto il pastore conosce le sue pecore e a loro volta anche le pecore conoscono il pastore. In questa reciprocità è descritta in modo semplice la relazione di €fiducia e insieme di reciproca appartenenza, tra pastore e gregge. Ma questa prima caratteristica ne porta con sé subito un’altra, cioè il dono della vita: colui che conosce le sue pecore è disposto a oŒffrire la vita per loro.

Il Vangelo sottolinea in particolare la diffŒerenza tra il buon pastore e il mercenario, colui che fa ciò che fa solo per interesse, perché nel momento del pericolo, «vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde». L’immagine è molto effiŽcace, sia perché è relativa alla cultura del tempo, sia perché rappresenta in modo forte ciò che lega il pastore al proprio gregge, mettendo l’uno accanto all’altro il mercenario e il buon pastore: «È un mercenario e non gli importa delle pecore». È un aspetto davvero pregnante, perché ci viene ricordato l’aspetto fondamentale di quel legame: al pastore importa delle pecore, a lui appartengono, a diffŒerenza del mercenario. Possiamo ricordare a questo riguardo l’episodio della tempesta sul lago di Tiberiade, mentre il Signore dorme a poppa sul cuscino, e ciò che nell’angoscia dicono i discepoli: «Maestro, non t’importa che moriamo?». Dunque al pastore importa, tu Signore ti curi di noi. In questo tempo segnato così fortemente dalle diŽfficoltà legate alla pandemia, ascoltare queste parole ci aiuta a ritrovare fi€ducia.

In particolare si sottolinea il fatto che «il buon pastore dà la propria vita per le pecore», dunque alla luce della Pasqua queste parole ci aiutano a rileggere ciò che è accaduto nei giorni della passione, non come un evento tragico, ma come la scelta deliberata di colui che per amore del suo gregge offŒre la propria vita. Infi€ne l’ultimo verbo riguarda le pecore che non sono del medesimo recinto, le «altre pecore» di cui parla il Vangelo, che rappresentano tutti coloro che entreranno a far parte dell’unico gregge, ma che non provengono dall’antico Israele. Dice il Signore: «Anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore». Tu che sei il buon pastore, guida il tuo gregge in questo tempo diffŽcile!


30 aprile 2020

 
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