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sabato 05 dicembre 2020
 

"L'agonia del matrimonio"

Caro don Antonio, sono un suo fedele lettore. Complimenti, intanto, per il vostro lavoro giornalistico: autorevole e formativo. Le scrivo con un certo imbarazzo. Ho quarantatré anni, sposato da undici, con due bambini di otto e cinque anni. Da mesi, vivo l’agonia del mio matrimonio. E sto maturando la decisione di separarmi da mia moglie. In realtà, quando decisi di sposarla, avevo presente qualche sua diversità caratteriale, ma pensavo che, con il tempo, avremmo trovato il giusto equilibrio. Invece, mi sono sbagliato. Eppure, lei era innamoratissima. E anche cattolica e praticante molto più di me. In questi anni, l’ho aiutata a diventare insegnante. Da sola non ci sarebbe mai riuscita, per la sua perenne incostanza. L’ho assecondata in tutti i suoi desideri bizzarri e irrefrenabili. Compra scarpe e borse in continuazione. Non riesce a gestire le sue “pulsioni”. Non ha mai tempo per la riflessione o la lettura. È così possessiva dei figli che non li ha mai lasciati un solo giorno con mia mamma. L’ha privata del diritto d’essere nonna. Le visite sono sempre state brevi e centellinate al massimo. Insomma, ho tenuto botta per quello che ho potuto. Certo, ci sono state anche liti e sfuriate. Ma le abbiamo superate. Però, mentre io mi arrovellavo nel dispiacere, a lei tutto scivolava via come acqua del fiume. Siamo andati assieme da uno specialista per migliorare la nostra vita di coppia. Ma, al dunque, invece di aprirsi, si è trincerata nel silenzio. O ha raccontato una serie di bugie.

In questi ultimi mesi, la situazione è molto peggiorata. Sono subentrati gravi problemi economici. La mia azienda è fallita, l’abitazione è stata messa all’asta. Mi barcameno tra avvocati, cause, “avvoltoi” e instabilità economica. Ciononostante, ho tenuto fuori dalle mie preoccupazioni la famiglia. Ho solo chiesto a mia moglie una condotta di vita più parca. Mentre io continuo a pagare rate di prestito mensili, bollette e la mensa dei bambini, lo stipendio di mia moglie scompare nei rivoli delle sue “spese inutili”. Ho provato a giustificarla. In effetti, ha avuto un’infanzia difficile, con un “padre padrone” che ha represso le sue aspettative adolescenziali. Ma, a quarant’anni, bisogna aver fatto i conti con il passato. Non si può fare la vittima a vita. Tanto più se si hanno dei figli da crescere.

Ora, nel momento in cui avrei bisogno di una donna che mi dia aiuto e sostegno, mi ritrovo solo. Da solo con i miei problemi e la mia stanchezza. Ho parlato della mia vicenda ad amici fidati. Alcuni mi hanno invitato a resistere. Altri a mollare. Sono sfiduciato. Non posso vivere con questo peso sullo stomaco. Nei momenti di maggior sconforto ho pensato di farla finita. Mi ha frenato il pensiero dei miei bambini, che sarebbero rimasti senza il loro papà. È giusto soffrire così tanto? Non sarebbe meglio separarsi? Se dovesse pubblicare questa lettera, la prego di omettere tutto ciò che potrebbe renderla riconoscibile. La reazione di mia moglie sarebbe violenta. Per lei l’immagine è più importante della sostanza.

Lettera firmata

Un conto è tenere fuori la famiglia dalle preoccupazioni d’una grave crisi economica per il fallimento dell’azienda, altra cosa è tenerla del tutto all’oscuro. Come sembra sia avvenuto, secondo il racconto di questa lettera. E, soprattutto, considerati i comportamenti della moglie, che continua a sperperare i soldi in “spese inutili”. Nonostante il marito sia alla “canna del gas” e abbia pensato di farla finita per sempre, se non lo avesse frenato il pensiero dei figli, che resterebbero senza il papà. Più che invitare la moglie a una vita più sobria, sarebbe stato meglio farle un discorso di verità. Mettendola di fronte alla grave situazione familiare. E alle sue responsabilità.

A quarant’anni, e con due figli, non ci si può permettere di giocare con la vita. E prolungare, a tempo indeterminato, l’immaturità e il periodo dell’infanzia. Non ci sono ragioni per farlo. Un’infanzia difficile, con un “padre padrone”, semmai, avrebbe dovuto portare a una diversa maturità. Non è più il tempo delle bambole. Ma quello dei piedi per terra. Occorre uscire da questo dorato isolamento, in cui si culla e trastulla. Senza pensieri e riflessioni: ma solo per assecondare le proprie pulsioni d’acquisto e i tanti capricci. È un castello di carta che, quanto prima, può crollare, travolgendo tutti e tutto. In modo impietoso e senza ritorno. A questo punto, non si tratta – come consigliano gli amici – di “resistere” o “mollare”, o di pensare alla separazione. Ma di prendere il coraggio a due mani e affrontare la realtà. A partire da uno schietto confronto familiare. Come non è mai stato fatto in passato. Non basta una semplice litigata, che lascia le cose come stanno. Bisognava prendere posizioni ferme da subito. Come quando le manie possessive nei confronti dei figli privavano i suoceri del diritto d’essere nonni. O di avere a casa, per pranzo o momenti di piacere, il figlio e i nipotini. Certo, i gravi disagi economici non facilitano il compito. Ma è questo il momento di capire se si è sposati una donna, o se si vive accanto a una quarantenne viziata e immatura.

C’è una cosa, però, che mi fa dubitare della capacità del lettore di saper reagire come si dovrebbe in questa situazione, al limite dell’irreparabile. È quanto scrive alla fine della lettera. Cioè la paura di scatenare la reazione violenta della moglie, se la loro vicenda familiare dovesse venire a galla. Per non rovinare l’immagine agli occhi della gente. Ma se questa è la preoccupazione, è urgente una forte scossa.


30 agosto 2012

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