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Giornalista

L'eredità di Giovanni Falcone

«Solo il rigore professionale di magistrati e legislatori darà alla mafia la misura che la Sicilia non è più cortile di casa sua, e quindi servirà a smontare l’insolenza e l’arroganza del mafioso che non si inchina all’autorità dello stato. Posso affermare che il maggior risultato raggiunto dalle indagini proposte a Palermo negli ultimi dieci anni consiste proprio in questo, avere privato la mafia della sua aura di impunità e invincibilità, anche quando i condannati al maxiprocesso verranno rimessi in libertà rimarrà comunque acquisito un risultato, che la mafia può essere trascinata in tribunale e i suoi capi possono essere condannati. L’aver dimostrato la vulnerabilità della mafia costituisce una forza anche per gli investigatori nella misura in cui dà la consapevolezza che i mafiosi sono uomini come gli altri, criminali come gli altri, e che possono essere combattuti con l’efficace repressione. I  risultati si ottengono con un impegno duro, continuo, quotidiano, senza bluff, senza dilettantismi, dato che la lotta che stiamo combattendo è una vera e propria guerra con i suoi morti e con i suoi feriti, come tutte le guerre dev’essere combattuta con il massimo impegno e con la massima serietà».  

Giovanni Falcone ha affidato queste parole, che lette a posteriori sono un testamento professionale, al libro Cose di cosa nostra, scritto con Marcelle Padovani. Era il 1991, il maxiprocesso che ha messo per la prima volta nero su bianco, in una sentenza, l’esistenza di un’organizzazione criminale chiamata cosa nostra delineandone la struttura attendeva ancora una conferma in Cassazione. Sarebbe arrivata di lì a qualche mese nel  gennaio del 1992.  

Come ricordava la scorsa settimana Michele Prestipino, procuratore aggiunto a Roma,
intervenuto a Torino alla presentazione del libro Rotte criminali, viaggio tra le mafie italiane  a cura di Giovanna Torre: «Cosa nostra ha vissuto  100 anni prima che Giovanni Falcone, raccogliendo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta riuscisse a svelarne il mistero, spesso coperto di una mitologia fatta di depistaggi e mistificazioni. Ce ne sono voluti altri sette prima che quella conoscenza si traducesse in una sentenza definitiva».

Qualcosa di simile, spiegava Prestipino, è accaduto con la ‘ndrangheta al nord:  «Da quarant’anni si sa che c’è la ‘ndrangheta al Nord, a Torino la ‘ndrangheta ha ucciso il procuratore Bruno Caccia nel 1993, a Milano dagli anni Novanta si sono fatti importanti processi sugli ‘ndranghetisti sfociati in decine di condanne, se non lo ricordiamo è perché siamo un Paese incline alla memoria corta, ma per arrivare a una sentenza definitiva che mettesse nero su bianco la struttura della ‘ndrangheta il suo funzionamento come organizzazione, abbiamo dovuto aspettare il 5 giugno del 2014, quando è passato in giudicato il primo troncone lombardo del processo noto come Crimine-Infinito condotto tra Milano e Reggio Calabria». Un’altra sentenza analoga, sulla ‘ndrangheta in Piemonte, nota come Minotauro, è passata in giudicato nel febbraio scorso.  

Se questi risultati vengono raggiunti è anche perché Giovanni Falcone ha lasciato qualcosa di più sostanzioso del ricordo che torna ogni 23 maggio in una commemorazione: ha lasciato un metodo di lavoro che ancora funziona e che la violenza mafiosa non è riuscita a far saltare per aria, perché nel frattempo altri l’avevano imparato e hanno continuato ad applicarlo e a trasmetterlo.


23 maggio 2015

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