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Giornalista

L'ipocrisia della politica sulla giustizia

Il senso della politica per la giustizia, davanti alle inchieste romane, svela la solita annosa ipocrisia. Finché la magistratura agisce dal luogo deputato, una Procura della Repubblica, la politica lavora a intralciarne l’operato (con procedure farraginose, leggi ad personam, discredito generalizzato e volgare, riforme annunciate a parole e annacquate o vanificate nei fatti, autorizzazioni all’uso delle intercettazioni dei parlamentari negate).

Quando poi però la politica ha bisogno di imbiancarsi la facciata per coprire le brutture scoperte dalla magistratura, s’affretta a sventolare il nome di un ex magistrato al di sopra di ogni sospetto. È accaduto ieri quando - quale che ne fosse la fonte – si è ventilato, poi smentito, il nome di Gian Carlo Caselli all’assessorato alla trasparenza a Roma. Peccato che un po’ di anni fa la corsa di Caselli per la Procura nazionale antimafia sia stata stoppata con una legge scritta proprio a quello scopo e poi dichiarata incostituzionale. Troppo facile così: intralciarli quando sono operativi e poi blandirli, dopo, secondo il proprio comodo.

Facile, ipocrita e neanche tanto nuovo. Una storia già vista: si chiamò Francesco Saverio Borrelli alla Federcalcio commissariata dopo Calciopoli, ma non si direbbe che, terminato il suo mandato, abbiano imparato molto dalla sua integrità, visto il lavoro che sta sommergendo la Procura di Cremona a proposito di calcio. Anche a l’Aquila, nel rimpasto del Comune travolto dalle inchieste della Procura, s’è chiamato un ex Pm, Trifuoggi. Salvo poi magari accusare la magistratura di sconfinare, di supplire.

Domanda: a sventare il malaffare sono più utili i Pignatone in Procura a Roma (Mafia Capitale  e prima ‘ndrangheta a Reggio), le Boccassini a Milano (‘Ndrangheta al Nord, Expo), i Nordio a Venezia (Mose), i Cardella a L’Aquila (post terremoto), tanto per fare nomi che hanno coordinato le ultime caldissime inchieste, o gli ex, per quanto meritevoli, a rischiare, non per colpa loro ma per mancanza di reali strumenti, di far da foglia di fico in qualche operazione di facciata?

La risposta pare scontata, peccato che una legge di qualche settimana fa, taglierà di netto di cinque anni la vita lavorativa dei sopra citati
, con una modifica dell’età del pensionamento obbligatorio. La legge è passata inosservata, forse perché piaciuta a tutti: all’opinione pubblica che ha voglia di rottamazione, alla magistratura che ambisce –legittimamente - ai posti che si libereranno, alla politica soprattutto che non vedeva l’ora di toglierseli.

È vero, la carriera dei magistrati era molto lunga –allungata ad arte quando alla politica fece comodo quello - ma questo taglio netto sortisce l’effetto di decapitare di botto, nel giro di pochissimi anni, l’esperienza della generazione che si è fatta le ossa quando fare i magistrati voleva dire vivere in guerra in tempo di pace: nulla a che vedere con la guerra dei vent’anni di cui ha cianciato a sproposito troppa politica, ma la guerra vera di autobombe e rivoltelle in cui capitava di andare a prendere i posti lasciati dai colleghi morti ammazzati (sono stati 24 in vent’anni), mettendo in conto il rischio di finire come loro. Alla stessa generazione appartengono i Davigo, i Nobili, gli Spataro, i Lari, i Greco. Anche Petralia, che in questi giorni lavora al caso di Loris.

È un cattivo pensiero chiedersi se, a parte il risparmio, ci fossero altre convenienze a levarli di mezzo tutti insieme, proprio nel momento in cui la loro esperienza tosta comincia a dare, dai posti di coordinamento, direttivi e semidirettivi, i suoi frutti più incisivi e a trasmettersi a chi verrà dopo?


09 dicembre 2014

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