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Cardinale arcivescovo e biblista

La missione di Noè: custodire la vita

Sono almeno quattromila metri di mosaico e ospitano una delle più belle Bibbie “visive”: è la volta interna della basilica di San Marco a Venezia. Alcune di queste “pagine” sono dedicate al racconto biblico del diluvio, uno scenario apocalittico che la Genesi (cc. 6-9) ha parzialmente attinto dalla cultura orientale antica (la celebre Epopea di Ghilgamesh e il Poema di Atrakhasis, opere babilonesi che rivelano ben 17 punti di contatto con il testo sacro).

Noi ora non ci soffermiamo su questa narrazione biblica, dalla redazione composita, e complessa per i temi che evoca, a partire dalla consapevolezza della radicalità del male insito nella creatura umana: «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre... Ogni intento del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza» (Genesi 6,5; 8,21). Né cerchiamo di risalire al segno naturale usato probabilmente come simbolo: i due grandi fiumi mesopotamici, il Tigri e l’Eufrate, per un tratto di 350 km prima della foce corrono su una sorta di tavola pianeggiante, con la possibilità di esondazioni violente quando il carico idrico è forte.

Punteremo, invece, sul protagonista, Noè, che riceve da Dio la vocazione di preservare la vita in un contesto di morte e di giudizio divino sul male. Il suo ritratto è simile a un’icona, anche se qualche incrinatura oscura non mancherà (la vicenda dell’ebbrezza): «Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio» (6,9). Dio lo interpella all’improvviso con una chiamata dai contenuti minuziosi: egli deve costruire un mastodontico transatlantico, la famosa “arca”, in ebraico tebah, vocabolo che in egiziano curiosamente indica una “cesta”.

Una “cesta” ove salvaguardare il seme degli esseri viventi, dalle misure fantasiose: 156 metri di lunghezza, 26 di larghezza, 30 di altezza, con una capacità di 65/70.000 metri cubi. La missione di Noè è definita secondo i canoni delle classificazioni rituali. Egli dovrà innanzitutto salvaguardare la vita dell’umanità con sua moglie, i figli e le nuore. Poi sarà la volta di tutti gli animali, definiti secondo le varie categorie e presi a coppie per poter generare. Quindi si introduce una significativa precisazione.

Essa rivela la cura divina per ogni creatura vivente, anche per quelle che cadevano sotto i limiti delle leggi giudaiche di purità rituale: «Di ogni animale puro prendine con te sette paia, maschio e femmina; degli animali impuri un paio, maschio e femmina. Anche degli uccelli del cielo, sette paia, maschio e femmina, per conservarne in vita la razza su tutta la terra» (7,2-3). La vocazione di Noè è, perciò, quella di essere custode integrale della vita nel suo seme perché non si estingua.

Su di lui, però, veglia quel Dio che non è, certo, indifferente al bene e al male, ma che è sempre il Creatore e, quindi, si preoccupa che la vita non venga meno, tanto che segnala a Noè la necessità di provviste alimentari sufficienti a tutti gli ospiti dell’arca. Ed è lo stesso Signore che aveva cucito le tuniche per Adamo ed Eva a chiudere l’arca dietro a Noè (7,16), con un gesto premuroso perché questo “resto” di creature viventi rimanga protetto, in attesa della futura liberazione. Nella chiamata divina di Noè si rispecchia, quindi, il permanente amore di Dio per il creato, suggellato dall’alleanza finale (c. 9). E tutti quelli che operano per la tutela della vita partecipano idealmente della vocazione e missione di Noè.


22 febbraio 2018

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