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Giornalista e docente di Teoria e tecnica dei media all'Università Cattolica

La morte in diretta

Le immagini del video che documenta la decapitazione di James Foley – il giornalista americano assassinato dai terroristi dell’isis – hanno fatto il giro del mondo. Sono rimbalzate velocemente da YouTube agli schermi televisivi e altrettanto rapidamente sono approdate sui siti online delle testate giornalistiche, dove sono state comunque di gran lunga le più viste, almeno per le 48 ore successive.
Il video integrale postato dai terroristi è stato rimosso dopo poche ore da YouTube e da Twitter, ma ampi spezzoni e singoli fotogrammi continuano a essere disponibili per i nostri occhi e per la nostra curiosità morbosa.
Se il più celebre contenitore di filmati della rete ha rimosso dopo poche ore il video integrale, ancora più drastica è stata la linea scelta dai vertici di Twitter, che hanno deciso di sospendere i profili di chiunque diffondesse le immagini dell’esecuzione e del cadavere decapitato.

La seconda onda partita dopo la diffusione del video ha riguardato proprio l’opportunità di diffondere simili immagini. Non pochi guardoni hanno sostenuto la necessità di rendere pubbliche quelle immagini, per capire a quale livello di odio e di abiezione possa portare la distorsione terroristica e per “scuotere le coscienze” occidentali, secondo loro “non ancora sufficientemente sensibili al pericolo islamico”.
Molto meno scalpore ha destato un altro video diffuso in questi giorni, che mostra l’uccisione per strada di un presunto delinquente di colore da parte di due troppo solerti agenti in Missouri, la cui sproporzionata reazione alla presunta minaccia – come documentano le immagini – ha provocato la morte del giovane.

In questo caso non soltanto nessuno si è stracciato le vesti per la diffusione del filmato, pur sempre relativo a una morte in diretta, ma anzi molti hanno esaltato l’azione dei media, che parte dalle riprese via cellulare ormai alla portata di tutti e approda agli schermi televisivi e dei pc in un batter d’occhio. Così avrebbe permesso di scoprire il comportamento scorretto delle forze dell’ordine, come in altri casi avrebbe documentato abusi e soprusi ai danni di persone inermi.
Al netto delle perniciose generalizzazioni che la diffusione di simili immagini può generare, resta il fatto che la morte in diretta non deve essere mostrata: insieme all’atto sessuale esibito, resta uno dei tabù della televisione in particolare e dei media in generale (anche se il web è il luogo che infrange i tabù).

Non si può distinguere fra la mostra di un’esecuzione a fin di bene e ciò che è pura speculazione spettacolare volta soltanto a solleticare furbescamente la pulsione voyeuristica degli spettatori e degli utenti dei mezzi di comunicazione. E se noi spettatori senza vederla non siamo capaci di renderci conto atrocità e delle tragedie del mondo, significa che il problema non sta tutto dalla parte dei media



21 agosto 2014

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