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domenica 23 gennaio 2022
 
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La “squadra di Ponte Galeria” compie 10 anni

In più occasioni ho cercato di far emergere le gravi problematiche legate al Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ponte Galeria. Oggi vorrei ricordare con riconoscenza il servizio di tante religiose che in questo Cie incontrano migliaia di donne immigrate di vari Paesi. Da dieci anni!
Era, infatti, il 15 marzo 2003, quando un primo gruppetto di cinque suore di diverse congregazioni e nazionalità varcavano timidamente per la prima volta i pesanti cancelli di quello che allora si chiamava Centro di permanenza temporanea (Cpt) di Ponte Galeria (Roma), per iniziare visite settimanali alle donne immigrate che vi sono recluse perché prive di documenti. Più tardi il Cpt è stato trasformato in Cie e la reclusione è passata da 30 giorni a 60 giorni e, dal giugno 2011, addirittura a 18 mesi.
Da allora andiamo a Ponte Galeria ininterrottamente tutti i sabati pomeriggio. Come donne e religiose volevamo entrare in quel luogo di sofferenza e solitudine per incontrare le donne immigrate in attesa di espulsione, offrire ascolto e conforto e condividere un momento di preghiera ecumenica specialmente con le donne africane di lingua inglese. Si tratta in maggioranza di nigeriane, quasi tutte vittime di tratta, trovate sulle strade, senza documenti.
All’inizio, l’impatto con tutte quelle donne (in certi momenti sino a 180!), stipate in dormitori squallidi, freddi e spogli, tra sbarre di ferro che si confondono con il grigiore del pavimento di cemento, ci ha terribilmente impressionate. Le donne avevano a disposizione solo un letto e vivevano tutto il giorno nell’inerzia assoluta, senza progetti, programmi o qualsiasi coinvolgimento e occupazione. L’assistenza pastorale e religiosa che volevamo offrire è stata subito accolta con molta riconoscenza soprattutto dalle nigeriane. Allo stesso tempo, altre donne di diverse nazionalità hanno chiesto di poter avere pure loro la visita di religiose provenienti dai loro Paesi e che parlassero la loro lingua. Ci siamo organizzate e, grazie alla presenza di altre suore, il loro desiderio è stato accolto.

In questi dieci anni di servizio al Centro abbiamo incontrato moltissime donne di Paesi africani: Nigeria, Togo, Ghana, Senegal, Costa d’Avorio, Somalia, Eritrea, Etiopia, Kenya, Sudan e Tanzania. Seguono quelle provenienti dai Paesi arabi: Libia, Tunisia, Marocco. Dall’Est Europeo: Romania, Albania, Serbia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Kosovo. Dai Paesi dell’ex Unione Sovietica: Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Kazakhstan, Russia, Siberia. Dall’Asia: Mongolia e Cina. Ci sono anche presenze dall’America Centrale e del Sud, con ragazze provenienti da Colombia, Brasile, Ecuador, Perù, Bolivia, Argentina, Guatemala, Cile, San Salvador.
Nonostante il clima spesso triste e opprimente, non sono mancati in questi dieci anni i momenti di festa, in particolare in occasione del Natale, dell’Epifania, della Pasqua, ma anche della Festa delle donne e di quella della Mamma. Durante questi incontri oltre alla distribuzione di piccoli doni utili - indumenti personali, tute calde, borse… - si condividono canti, musica e danze improvvisate che creano comunione, aggregazione e gioia.
Il gruppo di religiose - che qualcuno ha ribattezzato la “squadra di Ponte Galeria” - è andato sempre più aumentando, con nuove presenze e provenienze, per rispondere ai bisogni di tutti i gruppi di vari Paesi. Pian, piano la nostra presenza fatta di relazioni e contatti, sia con le detenute come con il personale che gestiva il Centro, è diventata sempre più ricercata ed apprezzata per l’atmosfere di fiducia che aveva creato.
Questi dieci anni di servizio ininterrotto, in questo luogo di ingiustizia e di sofferenza inutile, ha visto il coinvolgimento e la presenza di 60 religiose provenienti da 27 Paesi e appartenenti a 28 congregazioni religiose. Un bellissimo esempio di lavoro in rete per una pastorale a difesa e protezione di donne povere, vulnerabili e senza diritti semplicemente perché senza documenti.
Spesso abbiamo alzato la voce per denunciare la terribile ingiustizia di lasciare queste donne a sprecare mesi preziosi della loro vita senza un motivo serio e in condizioni disumane. Abbiamo coinvolto e informato personale istituzionale e di governo, i media e tutto coloro a cui sta a cuore la dignità della persona. Più volte abbiamo auspicato che si formassero dei tavoli di confronto tra istituzioni governative e membri di associazioni coinvolte sul territorio per trovare insieme soluzioni degne di un Paese civile e rispettoso dei diritti umani, nel rispetto delle leggi ma anche della dignità della persona.
Purtroppo i nostri appelli non sono mai stati ascoltati. Eppure, sebbene la nostra presenza sembra non produrre frutti di cambiamento nelle istituzioni, noi non ci scoraggiamo e non vogliamo disertare questo impegno settimanale, continuando a garantire una presenza costante di consolazione e vicinanza a chi soffre.
Un ultimo pensiero riconoscente alle religiose e alle loro comunità e congregazioni per questo prezioso servizio che certamente comunica una piccola luce di conforto e speranza a tutte le donne che abbiamo incontrato, amato e sostenuto.


19 marzo 2013

 
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