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domenica 26 giugno 2022
 

Le Br, il sequestro Sossi e Aldo Moro

Le Br fotografano Mario Sossi durante i giorni del sequestro. Faranno così anche con Aldo Moro.
Le Br fotografano Mario Sossi durante i giorni del sequestro. Faranno così anche con Aldo Moro.

Quando il 18 aprile 1974 la televisione dà notizia del rapimento del giudice Mario Sossi, sostituto procuratore della Repubblica a Genova, 42 anni, moglie e due figlie, nessuno si rende conto che è iniziato da parte delle Brigate Rosse l’attacco “al cuore dello Stato”. Fino a quel momento, le Br si sono impegnate in atti definiti “dimostrativi” dagli organi inquirenti: auto incendiate, volantinaggi fuori e dentro alcune fabbriche, rapimenti-lampo di alcune ore, sempre verso dirigenti e quadri delle aziende.

Non solo la magistratura minimizza, ma anche il mondo della politica. A sinistra si parla di “sedicenti” Brigate rosse, si pensa a provocatori di destra, non a comunisti né a rivoluzionari. E anche gli operai delle fabbriche, tutto sommato, di fronte a quei sequestro-lampo, si mostrano d’accordo con chi li mette in pratica: pensano che si tratti solamente di lezioni che a certi “capi” fanno bene, se la sono meritata, fanno capire a denti stretti.

Così, la sera del 18 aprile di quarant’anni fa, il rapimento di un magistrato finisce per sorprendere un po’ tutti. Quando la mattina dopo all’Ansa giunge una telefonata con l’indicazione di dove ritrovare la rivendicazione del rapimento, lo sconcerto è superiore alla capacità di reazione. Eppure, le Br sono già al loro quarto anno di vita. Precisamente, dal 17 settembre 1970 non mancano di essere presenti nel Paese, quando incendiano un’auto ed esordiscono ufficialmente come sigla che firma un’azione. In quasi quattro anni, cosa hanno fatto gli organi preposti alla sicurezza dei cittadini e dello Stato? Poco, quasi nulla. Lo dimostra lo stesso rapimento di Sossi.

Abita in un palazzo molto vicino a una caserma dei Carabinieri ma questo non impedisce ai brigatisti di sequestrarlo. E nonostante le difficoltà logistiche per uscire da una città come Genova, si dileguano e non bastano 4.000 uomini mobilitati per fermarli. Loro sono già lontani, a Tortona, in provincia di Alessandria. Di più: durante una conferenza stampa seguita al rapimento, il capo della polizia, Efisio Zanda Loy, se ne esce con una farse che letta oggi fa rabbrividire: «Delle Br non so ancora molto. Ho lasciato gli appunti a casa». A conferma della sottovalutazione dello Stato nei confronti dei brigatisti, Umberto Catalano, capo dell’ufficio politico della questura di Genova, sostiene che le Br non hanno mai ucciso e si dichiara, quindi, «in linea di massima ottimista». Perfino il ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani, il 25 aprile a Genova definisce il sequestro «obiettivamente fascista».

Il rapimento dura ben 34 giorni, in cui nessuno riusce a trovare il covo delle Br, la “prigione del popolo”, come la descrivono loro nei comunicati dati all’opinione pubblica. La vicenda vive non pochi punti drammatici e qualche lato oscuro, ma appare come la prova generale di quello che, quattro anni dopo, sarà il punto più alto della strategia brigatista, il rapimento di Aldo Moro. Sossi viene liberato il 24 maggio e alla maggioranza degli italiani pare chiaro che le Br hanno simbolicamente vinto la loro partita. Lo Stato non è riuscito a scovare il magistrato; anzi, sono state le Brigate rosse a decidere di rimettere in libertà l’ostaggio, dopo aver chiesto in cambio la liberazione di otto “compagni” della banda XXII ottobre, in carcere dopo le condanne richieste proprio da Sossi.

La richiesta fa emergere le crepe tra le varie componenti dello Stato, con i magistrati che decidono in autonomia di accettare il diktat mentre il procuratore generale, Francesco Coco, ferma l’iniziativa chiedendo che prima venga liberato Sossi e che, soprattutto, stia bene. Nessuno immagina, invece, che all’interno delle Br c’è stata una spaccatura, risoltasi con quello che lo stesso Alberto Franceschini, uno dei “gestori” dell’operazione, definirà come un colpo di Stato nelle Br. Accade quando, a cinque giorni dal sequestro, i brigatisti fanno ritrovare un documento con la foto del rapito e una lettera di Sossi alla moglie in cui chiede che la polizia fermi le operazioni di ricerca.

Franceschini, nel libro Mara Renato e io. Storia dei fondatori delle Br, edito da Mondadori, racconta che quella lettera non era nei programmi dell’operazione. Decide di andare da Renato Curcio e Mario Moretti, che si trovano in una cascina vicino ad Acqui Terme, per discuterne. Gli altri due capi brigatisti sono contrari a che la lettera possa arrivare a destinazione, soprattutto Moretti. Franceschini, invece, considera quel testo un punto a favore dei rapitori. Così, decide in autonomia, contro il parere degli altri due: i rapitori gestiscono il prigioniero e decideranno senza riferire ad alcun altro componente del gruppo. Gli italiani non possono essere messi a conoscenza del “golpe” di Franceschini e tutti pensano, dopo la liberazione di Sossi, che le Br hanno tenuto in pugno lo Stato per 34 giorni. Cosa che in parte è comunque vera.

Resta un mistero, ed è il dopo-Sossi: quel rapimento è la prova generale del sequestro di Aldo Moro eppure, quando il presidente della Dc sarà sequestrato, lo Stato non saprà sconfiggere le Br, che raggiungeranno il loro punto più alto di nefasta popolarità. Eppure, il caso-Sossi , trasposto su quello di Moro, è esattamente identico, anche nelle modalità. Il rapimento, la fuga, il sequestro, i documenti di rivendicazione, le lettere dei due prigionieri, gli appelli delle due famiglie: la moglie di Sossi dichiara alla stampa, a un certo punto della vicenda, che «ognuno avrebbe dovuto prendersi le proprie responsabilità», esattamente come Moro pretenderà nelle sue missive ai colleghi della Dc.

Le Br, in un volantino, scrivono che “nulla deve essere nascosto al popolo. Sossi verrà giudicato da un tribunale rivoluzionario”, identica promessa proclamata durante il rapimento di Moro. Ma che disattendono in entrambi i casi. Perfino le parole del papa Paolo VI sono l’esatta copia di quelle che il Santo Padre userà per il presidente della Dc: «Agli uomini ignoti che tengono sequestrato il giudice Mario Sossi rivolgiamo la preghiera affinché lo liberino quanto prima e lo riconsegnino alla famiglia».

Quando, infine, Sossi arriva a scrivere al Capo dello Stato: “Ognuno si assuma le proprie responsabilità. Non mi pare che tra gli intransigenti qualcuno si sia offerto di scambiare il posto con me”, per il procuratore capo, Coco, Sossi è costretto sotto minaccia a scrivere quella lettera. Quattro anni dopo, nel 1978, il rapimento di Aldo Moro vede le stesse, identiche parole con protagonisti diversi.

Ma già nessuno aveva più voglia di ricordare la vicenda-Sossi. Perché? Oggi, Mario Sossi, a domanda, risponde: «Su Moro sarebbe stato giusto trattare».


18 aprile 2014

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