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giovedì 11 agosto 2022
 
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Cardinale arcivescovo e biblista

Le sentinelle notturne

Annuncio ai pastori, Sano di Pietro (1406 - 1481), Siena, Pinacoteca nazionale.
Annuncio ai pastori, Sano di Pietro (1406 - 1481), Siena, Pinacoteca nazionale.

"L'anima mia è protesa verso il Signore, più che le sentinelle verso l'aurora, più che le sentinelle verso l'aurora."
(Salmo 130,6)

La notte è scesa sulla città col suo sudario di tenebre e di silenzio. Si odono solo i passi cadenzati di una pattuglia di sentinelle che trascorrono le ore notturne tra vicoli e piazze, in attesa che la prima lama di luce all’orizzonte segnali la fine del loro turno di guardia. Grida una di loro all’altra pattuglia più lontana: «Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?». Una voce risponde dal buio: «Sta per venire il mattino! Ma poi verrà ancora la notte», in un ciclo senza fine, a cui siamo votati.

Abbiamo voluto ricreare questa scena, evocata in modo impressionistico in un oracolo del profeta Isaia (21,11-12), perché essa fa da ideale sfondo al frammento biblico che abbiamo scelto, traendolo da uno dei Salmi più celebri in assoluto, il 130, ossia il De profundis, così denominato dall’avvio del testo tradotto in latino, «Dal profondo a te grido, Signore!». È una piccola supplica poetica fatta di sole 52 parole ebraiche, comprese le particelle; eppure è stata sempre una sorta di lampada spirituale accesa sulla strada della conversione (non per nulla è entrata nella raccolta dei sette “Salmi penitenziali”), una pagina di meditazione sul binomio peccato-perdono (Lutero lo definiva, per questo, Psalmus paulinus, quasi un’anticipazione del pensiero di san Paolo) e persino un canto funebre e pasquale nella tradizione cattolica.

Noi ora per raggiungere il versetto che abbiamo citato, percorreremo l’intera trama della supplica. Essa parte con un appello al “Tu” di Dio che sale dai gorghi infernali della morte e del male. Anche il grande tragico Eschilo nei Persiani s’interrogava così nel momento della prova: «Io grido in alto le mie sofferenze infinite, dal profondo dell’ombra chi mi ascolterà? ». Una domanda che, però, rimaneva senza risposta dall’alto dei cieli.

Il Salmista, invece, è certo che la sua colpa avrà remissione e il suo delitto sarà cancellato. È così che l’invocazione trapassa dal “Tu” divino all’“io” dell’orante, che sta appunto attendendo il perdono e lo aspetta con una tensione così forte da essere comparabile proprio all’ansia con cui le sentinelle spiano le prime luci dell’alba che segnano la fine degli incubi notturni e della loro veglia.

Puntiamo ancora la nostra attenzione su questo paragone che in ebraico ha per attori gli shomrîm. Il vocabolo, che è un participio, designa genericamente i “vigilanti”, coloro che vegliano e vigilano. Un termine che, quindi, ben s’adatta all’immagine della ronda. Il peccatore è avvolto nell’oscurità della notte dello spirito ed è proteso verso l’aurora del perdono e della libertà dalle catene del suo male. Tuttavia, c’è un’altra categoria di persone che può essere chiamata shomrîm: si tratta dei sacerdoti e dei leviti che, a turno, vegliano nel tempio. Nel Salmo 134,1 si dice: «Ecco, benedite il Signore, voi tutti ministri del Signore, voi che state nella casa del Signore [il tempio di Sion] durante la notte».

La scena sottesa al nostro versetto acquisterebbe, allora, una tonalità mistica. Se pensiamo al numero molto elevato dei sacerdoti di Israele e al sistema di sorteggio con cui venivano cooptati per presiedere e servire nella liturgia del tempio, riusciamo a comprendere la qualità particolare della tensione che reggeva quella notte che sarebbe sfociata su una delle rare giornate memorabili della vita di un sacerdote nel centro della religiosità del mondo ebraico, più o meno come accade al sacerdote cattolico nella notte che precede la sua ordinazione. Attendere il perdono e l’abbraccio di Dio dev’essere un alto momento di speranza, perché fa risorgere una vita, cancella una miseria, apre un orizzonte di luce e di intimità con Dio.


07 aprile 2011

 
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