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domenica 28 novembre 2021
 
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Giornalista e docente di Teoria e tecnica dei media all'Università Cattolica

L’effetto delle telecamere sui delinquenti

Chi va allo stadio per menare le mani, ferire e distruggere non è né un “ultrà” né un “tifoso”, ma un delinquente. E come tale va trattato. Ribadito questo, di fronte a episodi di violenza come quelli che si sono verificati in occasione della finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli, siamo troppo spesso abituati ad assistere a un film già visto.

La televisione ha dedicato grande spazio alle condizioni dell’uomo ferito da un colpo di pistola, alle immagini delle cariche fuori dallo stadio e dei cori dentro, alle parole di rappresentanti istituzionali, vertici delle forze dell’ordine, commentatori ed esperti che hanno espresso la condanna per  quanto accaduto. Ma alcuni di loro dimenticano di averlo in qualche modo consentito, e non soltanto stavolta.
Per questo suona un po’ ipocrita il tam-tam televisivo – e mediatico in generale – che puntualmente si scatena dopo certi fattacci, sollevando l’indignazione popolare e rendendo ancora una volta protagonisti personaggi che starebbero meglio in galera (è il caso di tale Gennaro De Tommaso, detto “Genny ‘a carogna”, che pare aver avuto un ruolo determinante).

Notiziari televisivi, trasmissioni sportive e pagine dei quotidiani hanno dato ampio risalto alle immagini degli scontri e alle pessime gesta dei gruppi di esagitati che si sono scatenati. Lo spazio dedicato a un uomo ferito da un colpo di pistola rientra nella quotidiana attività delle testate informative. Altra faccenda è la raccolta disordinata – ed eccessiva – di dichiarazioni, opinioni, commenti e critiche, che finiscono provocare una grande ondata di clamore, che poi passa velocemente e non sempre consente di discernere i contenuti degni di nota dalle chiacchiere inutili.

Resta aperta la questione sul modo in cui si raccontano le gesta delinquenziali dei gruppi di deficienti portatori di violenza che (a quanto pare) frequentano gli stadi italiani, compiendo sistematicamente attacchi e devastazioni con il pretesto di sostenere la propria squadra. Fatto salvo il diritto-dovere di cronaca dei giornalisti, che impone di raccontare anche le cattive notizie, che cosa è meglio fare?
Tacere completamente su certa cronaca non è corretto (e rischia addirittura di passare per censura), ma amplificare mediaticamente la violenza finisce per dare visibilità a coloro che la compiono. I quali – data la loro evidente incoscienza – probabilmente vanno pure fieri dell’attenzione che ricevono. L’esaltazione di questi teppisti può provocare emulazione.

Anche il linguaggio andrebbe soppesato. Perché definire semplicemente “episodi di violenza” o “vandalismi” quelli che sono atti di delinquenza vera e propria, per di più organizzata? Perché mandare in onda i filmati di scatenati che brandiscono armi di vario genere, devastano strade e piazze, attaccano carabinieri e poliziotti? Perché descrivere per filo e per segno tutti i particolari della strategia di guerriglia di questi decerebrati?
Nel racconto della violenza dobbiamo rinunciare a quel sensazionalismo e a quei registri emotivi che forse assicurano maggiori ascolti o vendite più elevate, ma che possono certamente provocare ulteriori effetti disastrosi. In certi casi sono sufficienti le parole (non troppe), le immagini possono essere controproducenti.


04 maggio 2014

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