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Giornalista

Lettera aperta di un magistrato sulla Diaz

C'è una lettera aperta che gira da qualche giorno e che affronta senza tanti giri di parole i nodi profondi delle vicende della scuola Diaz: il nodo della responsabilità non solo penale, quello del danno - non solo fisico alle persone picchiate, ma anche morale ai tanti agenti che lavorano e mai farebbero niente del genere - infine quell'altro, dal punto di vista di un magistrato il più più spinoso, dei silenzi complici.

L'ha scritta Pasquale Profiti, sostituto procuratore a Trento, al suo, temporaneamente ex, collega Raffaele Cantone, con cui dissente sul tema in qualche punto molto sensibile.

Abbiamo chiesto all'autore il permesso, accordato, di diffonderla. Chissà che non inneschi un dibattito e, magari, una risposta da parte del dottor Cantone.

«Egregio dr. Raffaele Cantone,
ci sono vicende dalle quali non ci si riesce a liberare; passano gli anni, ma continuano a generare rabbia, delusione, amarezza, offesa. Una di queste è la storia dell’irruzione della polizia nella caserma Diaz – Pertini a Genova, durante il G8 di Genova, nel 2001.

Mi sono voluto fare del male, leggendo la sentenza della Corte europea sui diritti umani su questa pagina nera dell’Italia. Sapevo che avrei nuovamente provato quei sentimenti perché mi avevano già assalito durante la lettura, anni fa, delle sentenze penali italiane su questi fatti, così come dopo la visione del film sulla Diaz: ogni volta quelle stesse negative sensazioni, per l’appunto un misto di rabbia, delusione, amarezza, offesa. L’ho letta, nonostante tutto, a causa delle sue dichiarazioni, sorprendenti, un’ulteriore delusione che, per me, la Diaz si porterà con sé.

«La sorpresa è il merito delle Sue dichiarazioni: il capo della Polizia dell’epoca non ha responsabilità perché è stato assolto dal reato contestato e non può pagare solo lui per tutti. D’accordo sulla responsabilità penale, ma per il resto mi sono chiesto: ma possibile che la sentenza della corte europea abbia omesso di considerare le affermazioni delle sentenze italiane? In queste sentenze non si parla solo delle ossa fratturate durante l’irruzione, degli squarci sulla pelle e sul cranio causati dai colpi di manganello inferti su cittadini inermi, che alzavano le mani o che dormivano o che supplicavano pietà.

«Si narra anche che l’irruzione nella Diaz fu decisa dopo l’indicazione del capo della Polizia dell’epoca di “passare ad una linea di condotta più incisiva che doveva portare a degli arresti al fine di cancellare l’impressione che la polizia era restata senza reazione a fronte dei saccheggi e devastazioni commessi nella città”; si ricorda altresì che dell’idea della perquisizione alla Diaz fosse stato informato anche il capo della Polizia; si precisa che la sanzione penale inflitta ad alcuni dei funzionari di Polizia per i reati commessi in tale irruzione dovesse essere mitigata perché: a) l’operazione aveva la sua origine dalla direttiva del capo della Polizia di procedere a degli arresti, b) che gli accusati avevano chiaramente agito sotto la pressione psicologica di quella direttiva e c) che questa direttiva del capo della Polizia  influì sulla “militarizzazione” dell’operazione. Ho quindi letto la sentenza della Corte europea e ho notato, purtroppo, che tutto questo è, invece, più volte ricordato ed enfatizzato.

«Ed infine un qualcosa vi è scritto in tutte le sentenze, italiane ed europee, un qualcosa che tuttora, come magistrato, brucia: la mancanza di collaborazione della Polizia verso la magistratura per l’identificazione degli autori materiali della violenza. Non si poteva forse pretendere, da un capo della polizia, che si recasse negli uffici dei suoi collaboratori, quelli che avevano diretto sul campo le operazioni ed urlasse, battendo i pugni sul tavolo e minacciando sospensioni e degradazioni, di tirar fuori tutti i nomi, di non permettersi di ritardare quegli accertamenti perché in gioco vi era in ballo il principio di legalità e l’onore della Polizia di Stato?

« Nelle sue dichiarazioni, dr. Cantone, Lei dice che non si può continuare ad offendere la Polizia ricordando la vicenda Diaz, essendo la Polizia un’istituzione che gode di popolarità.
Su questo punto sono d’accordo con Lei, non per la popolarità, ma per quello che quotidianamente fanno le forze dell’ordine. La stragrande maggioranza dei poliziotti, dei carabinieri, dei finanzieri che conosco sono persone capaci che ho visto personalmente, più e più volte, iniziare a lavorare dalle 7 di mattina e finire alle 2 di mattina del giorno dopo, portarsi il lavoro a casa la domenica o quando sono in ferie, confrontarsi con la magistratura su come operare. Tuttora, sistematicamente, nel corso della mia attività di pubblico ministero mi capita spesso di sentire poliziotti o carabinieri che per primi, nel raccontarmi le vicende con cui hanno a che fare, espongono le loro perplessità ed i loro dubbi sulle prove raccolte, sulla sufficienza degli elementi raccolti, sulla non opportunità di arresti o perquisizioni. Sono gli stessi che poi consentono ai magistrati di costruire processi complessi, difficili, talora pericolosi: senza di loro nulla potrebbe la magistratura nel contrasto all’illegalità.

«Ma questo, dr. Cantone, è un ulteriore fardello che il capo della polizia del G8 si porta con sé: uomini straordinari delle istituzioni, pronti a dare la vita per la difesa dei propri concittadini dai reati, la cui dedizione e professionalità poteva essere macchiata da chi le torture del G8 non ha saputo impedire e, dopo, svelare e sopportarne il peso con senso istituzionale. Non è vero quanto lei dice che De Gennaro non può pagare per tutti; sono in tanti che hanno già pagato e stanno tuttora pagando un prezzo altissimo: sono la grande maggioranza delle forze dell’ordine il cui quotidiano operato, professionale e coscienzioso, ci ricorda ogni giorno che la polizia di Stato italiana, come istituzione, non è quella della Diaz; per loro,  come per molti cittadini italiani che credono nelle forze dell’ordine, la Diaz è un peso, un peso che certo le gratificazioni professionali date dai governi al capo della polizia dell’epoca del G8 non porta certo ad alleggerire».

Con molta cordialità,

Pasquale Profiti


22 aprile 2015

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